Próxima estación

Un nuovo post per nuove avventure.
Ecco le prossime tappe (a data da destinarsi e in ordine sparso) del mio viaggio.

  • Toscana – un giro in giro e un saluto a una cara amica.
  • Savona – una cena in darsena con Emanuela e i suoi amici.
  • Milano – perché non ci vivrei (ma mi piace andarci spesso).
  • Provenza – dicono che Port Grimaud sia un bel posto da visitare alla fine della primavera.
  • Padova – non ci sono mai andata e uno spritz val bene il viaggio, sopratutto se in buona compagnia.
  • Verona – dove molto ha avuto inizio.

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a-Mare

Mi viene da piangere, e ho pianto, per il Mare.
Ho pensato al suo odore, al gusto che lascia sulla pelle.
Senza morirò.
Taglierò le radici? Ce la farò?
Ma la mia vita non è fatta di mare?
E di mare Mediterraneo, questo mio, non un altro.
Chissà se sarò pronta a salutarlo.
Fa male, malissimo, pensare la mia vita senza il mare.
Mi sento piccola, presa e gettata nel vento.
Sono una zingara ma ho bisogno del mio mare. Dovrò tornare sempre a farmi alzare la gonna dalla brezza marina, ad amare quest’acqua, la più salata che io conosca e proprio per questo la più dolce.
Sarà capace di vivere in continente? In una terra senza mare, io, isolana, figlia della Sicilia?

Il sangue è sangue e chiama.
Come metallo, attirato da questa calamita che è la terra natia, e niente ha a che fare con gli affetti e la famiglia.

La mia casa è uno scoglio, qualunque scoglio si affacci sul mar Mediterraneo.
Il profumo degli agrumeti in fiore, l’odore di sale dei paesi dei pescatori, i colori di una vita scandita dalle onde.
Solo un isolano può capire davvero.
Quando sarò via piangerà il cuore, fino al momento del ritorno.
Questo è forse il mio ultimo anno, sono gli ultimi mesi sull’Isola. Questa è l’ultima stagione estiva che passerò la sera, sulla spiaggia, a girare sulla colonna vertebrale, noi, dervisci danzanti, piedi nella sabbia, braccia sollevate, occhi nel cielo, fino a cadere in mare.
Non c’è poesia d’amore più grande di quella sussurrata all’orecchio dell’amato.
Io stanotte vi parlo perché mi avete dato ossa, carne e sangue e siete per me ossa, carne e sangue.
E io, Madre mia, Terra mia, ti porterò dentro.
E tu, Mare mio, Padre mio, non dimenticare che ti amo.

 

[dal mio taccuino – 11 luglio 2011]

 

 

 

 

Anatomia dell’Irrequietezza

Oggi riprendo, senza ulteriori indugi, a scrivere su questo taccuino.

Se i giorni passati sono solo abbozzati è perché mi sono stancata di una routine senza dubbio serena e rassicurante ma, appunto perché routine, priva di colpi di scena, che poi sono le cose che più amo.

L’avventura prima di tutto.

Per caso ho ripreso in mano Anatomia dell’irrequietezza di Chatwin.

Ho trovato il mio posto dentro un libro. Si sono aperte porte che avevo chiuso da tempo.

Anche la mia grafia è decisamente più interessante.

Ho ricordato chi sono, non chi potrei essere. È cambiata la prospettiva.

Pretendo di imparare qualcosa ogni giorno.

Pretendo di fare scelte nuove che mi conducano sì per la mia strada ma con soste anche considerevoli verso ciò che è assolutamente estraneo da me.

Pretendo di essere assolutamente felice nella mia malinconia e

Pretendo che ogni giorno mi siano accanto solo i compagni di viaggio che vogliono condividere quest’avventura.

Quando questo non si verificherà viaggerò in solitaria e porterò con me solo il mio zaino e il mio taccuino.

Verso la meta ma senza fretta.

Perché la Strada è l’unica cosa che conta.

[dal mio taccuino personale, 10 luglio 2011]

Una cosa preziosa

Il viaggiatore sa cosa significa l’aggettivo “prezioso”, perché il viaggiatore ha una grande propensione all’abbandono.
Prezioso è ciò che sai che troverai solo in quel posto e che lasci con dolore. Prezioso è ciò che è unico, ed inizia ad esserti necessario.
Prezioso è ciò che dona tranquillità.

Davide Enia, Rembò

Una cosa preziosa.

Ho letto questa frase e ho trovato la risposta a una domanda che mi sono posta.
Perché mi viene così spontaneo chiamare una persona “tesoro”?
Una e una sola in tutta la mia vita.
È un nomignolo che odio. Anzi, odio proprio i nomignoli, odio sostituire il nome di una persona con un soprannome se non di tanto in tanto, per presa in giro.
Questa persona no. Non riesco quasi a chiamarla con il suo nome reale, credo sia pudore, un voler mettere una distanza, un non voler ammettere la confidenza.
Così sostituisco il suo nome con mille altri e quello che più di tutti torna è proprio “tesoro”.

Una cosa preziosa che mi dona tranquillità e di cui sento la mancanza.

Raccontami

Se una mattina, al risveglio, dovessi rendermi conto di non conoscerti ti chiederei di raccontarmi le cose più importanti di te. E poi quelle ancora più importanti.
Tu invece raccontami di come passi le tue giornate quando il ritmo è solo tuo e non nostro. Raccontami di cosa fai appena sveglio, di come fai colazione, cosa mangi. Raccontami cosa provi quando sono io a svegliarti con una telefonata, le emozioni, i sorrisi che non posso vedere.
Raccontami di quando vai a fare la spesa, quando compri gli ingredienti per preparare la cena agli amici. Che forse un po’ aspettano anche me. E io sono felice.
Non dirmi cosa hai fatto prima. Qualunque cosa sia va bene perché ti ha portato da me, mi ha portato da te. Non dirmi cosa farai dopo perché spero di esserci anche io, un po’, in questo dopo, anche da lontano.
Raccontami di quando ti manco, se ti manco, e di quando non ti manco tanto sei pieno di cose da fare. E poi raccontami la storia che amavi di più da bambino, così che possa raccontartela io se una notte ti svegli e fuori nevica e senti freddo.
Raccontami le cose piccole, di tutti i giorni, che fanno la tua vita piano piano. Magari troveremo, nel mio e nel tuo separati, anche uno spazio per noi e per il nostro ritmo e non saremo più tanto distanti.

Finestra sul viaggio

Ecco. Questo viaggio mi ha lasciato in bocca un sapore strano.
Per la prima volta non ho scritto nulla mentre ero via, ho pensato fosse il caso di lasciar sedimentare le emozioni per poterne parlare con un po’ più di distacco dopo.
Strano pensare di poterlo fare, ora che rifletto. Fatto sta che è passata già una settimana dal mio ritorno e ancora non riesco.
Per la prima volta non mi sono sentita a casa grazie al posto in cui ero, anche perché mi sono spostata molto, pur facendo base sempre nella stessa città. Mi sono sentita a casa grazie alle persone e ho preso la città come massima aspirazione, luogo ideale al quale tendere. Di solito dico: “Bello. Prossima volta altro posto, altra esplorazione”. Invece no.
Questa volta: “Bello, ci tornerò senz’altro. E più volte anche”.
Come se avessi solo aperto una finestra, ho solo dato un’occhiata veloce, sbirciato oltre le tende del vicino e quello che ho visto mi è tanto piaciuto da volere che diventi mio, e io sua.
Questo mi spiazza molto. Sono contenta perché ho scoperto un altro lato di me, senza dubbio. Non fermerò mai le mie peregrinazioni per l’Italia, è certo. Però magari mi farà piacere tornare lì. Sono così in imbarazzo che non riesco neanche a concludere il discorso con me stessa. Ma tutto sommato devo ammettere che mi piace.
Mi piace restare qui affacciata alla finestra e guardare quell’altra finestra lì, davanti a me, aspettare il momento giusto per saltare da un davanzale all’altro col rischio di cadere giù.
Ma se ci riuscirò ne sarà valsa davvero la pena. Di questo sono certa.