La bambola e la Volpe – La magia viene svelata

La principessa tornò verso casa con due amici in più. Severamente vietato dalla maga parlare e interagire in qualsiasi modo con loro, anche portarli con sé in pubblico, pena il riconoscimento della ragazza come strega.
Se solo avesse ascoltato quelle parole di monito.
Ma andiamo con ordine.

Si avvicinava il diciassettesimo compleanno, dicevamo, e la principessa era in ritardo per la scelta del futuro sposo. Era già tanto all’epoca che le concedessero di sceglierselo lei il marito. Così, per festeggiarla, i regnanti diedero un grande ballo. La principessa si presentò con un abito di broccato bordeaux, tessuto identico a quello del vestito della sua bambola. Entrò nel salone con la bambola tra le braccia e la volpe le camminava accanto. Si sedettero sul seggio accanto al trono del re padre. La bambola, ovviamente faceva finta di non aver vita, adagiata su un bracciolo, la volpe seduta sull’altro. Questo trio destò molto scalpore in sala. Forse la principessa aveva dei problemi di salute, forse non era cresciuta ancora del tutto? Forse era rimasta ancora bambina?
Si aprirono le danze. Come primo cavaliere la principessa scelse un principe davvero poco attraente. Ma lei non voleva sposarsi, voleva continuare a essere libera, a correre per i boschi e a preparare nuove bambole. Senza trucchi e senza magia ma libera.
Secondo ballo, un principe belloccio ma decisamente stupido. Andava avanti così, tra un pretendente e l’altro, sicura che nessuno mai l’avrebbe convinta ad aprirsi, ad amare. Intanto Eva e la Volpe commentavano sottovoce tutti quei principi tronfi e anche un po’ antipatici. Ma che volete? Creature magiche, sì, ma sempre giovani. Non capivano il rischio che correvano. E infatti…

La dama di compagnia assegnata dal re alla principessa aveva notato degli strani movimenti notturni. La bambola e la volpe uscivano spesso dalla finestra per andare a fare un giro per i boschi. Fingere tutto il giorno tutti i giorni per person… ops, scusate… per esseri come loro era davvero difficile. Dovevano pur sfogarsi in qualche modo. E chi era costretto a stare tutta la sera in piedi a pochi metri dal seggio della principessa? Bravissimi, proprio lei, la dama di compagnia. Che fregatura, eh? Be’, la musica aumentava, i due ingenuotti nostri amici alzarono il tono della voce. La dama sentì qualcuno fare apprezzamenti poco educati sui principi. Cominciò a guardarsi intorno. Niente. Andò avanti così per un bel pezzo. Poi la principessa chiese una pausa dalle danze e tornò al suo seggio. La dama la sentì ridere.
Le chiese: “Cosa vi dà tanta allegria, Vostra Altezza? Non sta bene che una principessa rida così in pubblico”.
“Perdonate, cara signora. Non è nulla”.
La cara signora cominciò a capire che evidentemente qualcosa le sfuggiva. Prestò ulteriore attenzione alla principessa. Questa si girava, guardava la bambola e rideva. Poi la volpe le saltò in grembo, le si avvicinò al viso, le disse qualcosa. Le disse qualcosa?
La dama spalancò occhi e orecchie. La volpe stava parlando.
E la principessa le sorrideva. La dama pensò di essere pazza.
“Principessa, non state intrattenendo una lunga discussione con una volpe, vero? Sto male, oddio!”
Con fare scherzoso le rispose: “Mia cara signora, sì, sto parlando con la mia volpe”. La dolce donzella dal sangue reale non poteva essere a conoscenza dei precedenti sospetti della cara signora.
Questa cominciò a tremare, avendo trovato nelle parole della principessa le conferme che cercava.
Si gettò ai piedi del re: “Mio Signore e Sovrano, perdonatemi, devo dirvelo. Vostra figlia è una strega!”
Al sentire queste parole la regina, presa dalla paura, memore della promessa non mantenuta che aveva fatto alla sorella, disse: “Perdonate, ho un mancamento, mi ritiro nelle mie stanze”.
Il re a lei: “Vai mia cara, ci penso io a qui”. E alla dama: “Come osi? Guardie! Portate via questa donna, impiccatela domattina all’alba”.
“No, Signore vi giuro! Chiedetele di aprire la sua bambola per vedere di cosa è fatta. Sicuramente ci sarà qualche intruglio magico nell’imbottitura. O qualcosa del genere. Vedrete, non ve lo concederà”.
“Smettila sgualdrina. Mi fai schifo. Osi pensare che qualcuno potrebbe disobbedirmi?”
Principessa, bambola e volpe erano terrorizzati. Il re sapeva essere tanto buono e accondiscendente quanto permaloso e caparbio.
“Una spada, un pugnale, insomma a me qualcosa”.
Aveva già preso in mano la bambola.
“No, padre, vi prego. Ho lavorato tanto per farla così”, cercò di dissuaderlo la principessa, “Ve ne prego, fatelo per me”.
“Non voglio sentire storie. Lavorerai ancora un po’ per sistemarla dopo. Le faccio solo un piccolo taglietto sulla sch..”
“Aaaaah!”
“La bambola ha gridato?”

La principessa svenne. La salvò dalla rovinosa caduta l’unico principe che davvero si era innamorato di lei a prima vista.
Lo scompiglio generale permise poche ma fondamentali mosse utili alla salvezza dei nostri piccoli incantati. La volpe balzò sulla testa del re, prese tra i denti la bambola e cominciò a sgusciare tra le gambe dei soldati e degli invitati fino ad arrivare a una delle finestre della sala, sperando di non cadere nel fossato. Così si allontanarono dal castello.
Il re cacciò via tutti urlando forte che quelle stregonerie erano di certo un trucco della dama di compagnia, assicurando che sua figlia non era responsabile di quello che era accaduto. Chiese scusa e promise di far pervenire a tutti un invito per un altro ballo. Tutti andarono via tranne il principe innamorato che chiese di poter restare, nonostante le insistenze del re.
Ma il re voleva vederci chiaro e non poteva rischiare di far trapelare eventuali segreti della figlia o non avrebbe potuto proteggerla. Così fece portar via il principe il quale non poté far altro che gridare: “Principessa, principessa vi prego…”
La principessa si svegliò e vide davanti a sé quello sconosciuto che si dibatteva per starle accanto, quel giovane uomo dagli occhi verdi come le foglie degli arbusti del sottobosco, profondi come l’abisso e sinceri come uno specchio d’acqua. Si innamorò immediatamente di lui e fece per slanciarsi, per raggiungerlo ma niente. In pochi minuti aveva perso tutto.

Restarono soli, padre e figlia.
“Figlia mia, dimmi, ti prego. Troviamo una soluzione insieme. Chi ti ha donato la bambola stregata? Quella donna che ti insegna a cucire, forse? La farò impiccare per questo!”
“No, padre. L’ho cucita io con le mie mani. I suoi capelli sono quelli di una morta, io le ho impartito l’ordine di vivere”.
Il re non poteva credere alle sue orecchie.
“Tu! Sai benissimo che la magia è bandita dal mio regno. Mi hai tradito, dovresti essere addirittura decapitata per questo, da esempio per tutti gli altri. Ma io ti amo troppo, figlia mia. Essere padre per un re non è facile. Bisogna scegliere tra l’onore e l’amore. Non posso andare contro le mie stesse parole e contro il mio popolo”.
La regina entrò nella sala. Si era solo nascosta. Aveva paura, è vero, ma una madre regina può sbilanciarsi più di un padre re e così venne in soccorso della figlia.
“Mio Signore. Devo dirvi la verità. E devo dirla anche a te figlia mia. È colpa mia tutto ciò. Tu, re, sai benissimo chi ero io ma non sai come ho fatto a spacciare come veri dei natali reali. Magia. Sì, figlia. Io sono una popolana. Pur di sposare tuo padre finsi di essere di sangue blu. Quello che lui non sa è che perché questa messa in scena funzionasse ho chiesto aiuto a mia sorella. Una maga. La stessa che ti ha insegnato a cucire la tua bambola. In cambio mi aveva chiesto di farti crescere con lei fino all’età adulta, per insegnarti la magia. Ma quando vidi tuo padre prenderti in braccio per la prima volta non riuscii a raccontargli la verità. Questa è la sua vendetta”.

La principessa cominciò a piangere disperata: “Morirò per colpa Vostra”.
Il re: “Non morirai. Sarai chiusa nella torre più alta del castello. Diremo a tutti che sei malata, gravemente malata, e non potrai avere eredi. Resterai chiusa lì per tutta la vita. Tua madre, be’, vedrò cosa fare di lei. In quanto a tua zia, considerala già morta. Lei e le vostre creature malvagie”.
In un pianto dirotto la principessa perse tutte le forze e dovettero condurla alla torre in braccio.

Come e grazie a chi si salvò lo narreremo un’altra volta. Ma abbiate fiducia, la bambola e la volpe torneranno.

La bambola e la Volpe – Antefatto

ANTEFATTO

“Fatto!” “Grazie. – disse la bambola di pezza – Non mi andava di stare ancora con quel brutto strappo sulla schiena. Non è comodo andare in giro così”. Scese dalle gambe della principessa e si sedette accanto alla volpe. “Ora non potrò più giocare con la tua imbottitura. Era così bello infilarti il muso nella schiena”. “Certo! – rispose la bambola alla volpe – Per questo ero tutta smagrita. A furia di giocare con la mia schiena mi stavo svuotando. Sei volpe ma sei poco furbo, come tutti i maschi. Per fortuna la principessa aveva ancora del cotone per riempirmi”.

Forse però dovremmo dare ai nostri lettori delle spiegazioni. O potremmo, più semplicemente, partire dall’inizio. C’era una volta, come si dice in ogni inizio che si rispetti, in un paese lontano, un re, una regina e una bella principessa. La bimba cresceva e così anche i suoi bei capelli del colore del grano maturo. Gli occhi azzurrissimi e curiosi di conoscere il mondo. Compiuti sedici anni la principessa chiese al re suo padre di fare un viaggio nel regno. Il re acconsentì per una passeggiata nei dintorni del castello. Non stava bene che una principessa andasse in giro per i villaggi. Ovviamente sarebbe stata accompagnata dal suo seguito di damigelle e da alcuni dei cavalieri della guardia reale. La principessa, tutta felice, si preparò in fretta per evitare che il padre ci ripensasse. Radunò le damigelle, la guardia era giù pronta. Via per i campi!

Appena la regina venne a saperlo ebbe un brivido di paura. La regina infatti era tale solo grazie a un incantesimo. Faceva parte del popolo, era una serva della casa reale. Sua sorella era invece una maga. Aveva vissuto per anni nei boschi, in una caverna, con un drago per amico. Tornò a casa e più nessuno voleva avere a che fare con lei tranne la futura regina. Per premiarla le disse: “Sorella mia, tu che sei l’unica ad amarmi ancora, esprimi un desiderio e io lo esaudirò. In cambio ti chiederò solo un piccolo favore, a seconda del desiderio da te espresso”.

Io non vorrei abusare della tua magia, sorella. Ma in realtà c’è un sogno che mi stringe il cuore. Sono innamorata del nostro re e lui mi ricambia ma io sono una popolana, non acconsentiranno mai alle nostre nozze. Puoi farmi diventare una principessa?” La maga a lei: “Certo, sorella mia. Sono una maga molto potente. In cambio dovrai affidarmi il tuo primogenito perché io lo educhi alla magia. Quando il suo apprendistato sarà terminato potrà tornare da te. La magia è un’arte potente e rischia di scomparire. Voglio lasciare la mia conoscenza a un degno erede”.

Così le sorelle strinsero il patto. La maga fornì tanto di valletti e attestati di discendenza nobile e dato che, come dicevo prima, il paese è molto lontano nessuno si curò di andare a verificare. Alla cerimonia di fidanzamento arrivarono dei presunti regnanti di un presunto reame con seguito e doni. Lo stesso per il matrimonio. Tanto bastava per i genitori del principe. Così i due si sposarono, il principe divenne re. Dopo poco tempo nacque loro la bellissima bambina di cui sopra. Neanche a dirlo, la regina non se la sentì di affidare quella creatura così fragile alla sorella maga. Non voleva che sua figlia crescesse in mezzo alla foresta, in una vita di stenti. E per di più non sapeva come dire al re suo consorte che aveva promesso il loro primogenito a colei che era stata bandita a vita dal paese, proprio a causa della sua magia.

In realtà la maga era ancora lì, nei campi nei pressi del castello, sotto le mentite spoglie di una dolce signora, d’accordo con la sorella. Codesta signora fabbricava bambole di pezza e furono proprio queste semplici bambole ad attirare la principessa, passata davanti alla casa della donna. “Signora, chiedete ciò che volete e vi sarà dato. In cambio vi chiedo solo di insegnarmi a costruire una bambola come quelle”. “Maestà, ogni vostro desiderio…” “No, insisto, non voglio regali. Siete gente umile. Lavorate e io voglio pagarvi”. “Allora facciamo così: Voi offritemi la Vostra compagnia e io Vi insegnerò a costruire bambole di pezza. – si avvicina alla principessa e le sussurra – Bambole magiche ma shhh! Non dovete dirlo a nessuno”.

La principessa chiese il permesso di andare a lezioni di cucito dalla cara signora, mantenendo il loro segreto. La regina volle accompagnarla la prima volta. Non riconobbe la sorella ma per sicurezza chiese che la principessa fosse sempre accompagnata almeno da una dama di compagnia e da un cavaliere. Così fu. La maga preparava la vendetta mentre la principessa imparava l’arte del cucito e della magia. Intanto ripetevano insieme filastrocche, formule… La principessa ormai si fidava della signora. Passavano le settimane, i mesi.

Si avvicinava il diciassettesimo compleanno. E già la principessa aveva tanti pretendenti, era in ritardo con la scelta. “Se ti sposi non imparerai mai la magia”. “Ma io non voglio imparare la magia, mi basta creare la mia Eva, la mia bambola viva”. La maga si sorprese: “Non credevo tu avessi di queste pretese. Dare vita a una cosa inanimata! Ti rendi conto? I tuoi genitori ne avranno vergogna se riusciranno a tenere tutto nascosto. Altrimenti saranno costretti a rinchiuderti nella torre più alta”. “Non lo scopriranno mai, mi aiuterai tu. Sei la mia maestra”.

Ecco l’errore madornale. Fidarsi di lei. La maga pregustava già la sua vendetta. Insegnò all’ignara nipote i segreti della vita e della morte, la faceva avvicinare piano alla magia nera, alla stregoneria, alla negromanzia. Così nacque Eva. Una bambola di pezza vestita di un ritaglio di tenda di broccato bordeaux, i tratti del viso ricamati, gote rosa, occhi grandi. Il segreto di Eva stava nei capelli.

Non erano di lana. Erano veri. Capelli di donna trafugati in un cimitero in una notte senza luna dalla maga. E quando l’ultima ciocca venne cucita alla testa della bambola, in una notte di luna piena, a cielo aperto, nel cimitero, la principessa posò sulla lapide della donna la sua creazione. Impose le mani su di lei e le comandò: “Respira”.

Il petto di Eva si gonfiò di un alito di luna, la bambola si levò nel cielo e venne riadagiata sul suolo. Così i suoi occhi cominciarono a vedere, le sue orecchie disegnate sotto i capelli percepirono come primo suono lo zampettare di una volpe che si fermò accanto a lei. Il primo odore nelle sue narici appena accennate fu quello della notte. E la prima parola che disse fu il suo stesso nome: “Eva”.

La principessa, emozionata, prese in braccio la sua creatura e ringraziò la sua maestra: “Mi hai dato potere di vita sugli esseri inanimati. Mi hai regalato ciò che io desideravo quando ci siamo parlate per la prima volta e molto, molto di più. Dimmi cosa posso fare ancora per te”. “Principessa, chiedi alla tua bambola cosa desidera come dono di nascita e io la accontenterò. In cambio sarò la sua madrina, non voglio altro. La vostra felicità è tutto per me”. “Eva, miracolo che sei, cosa vuoi per te?” La bambola alzò il braccino, si girò verso la volpe e disse: “Voglio lui!” “Ma che te ne fai di una volpe, piccola mia?” “Non è una volpe qualunque. È magico anche lui. È intelligente. L’ho sentito. È mio. Voglio che venga con noi e che mi faccia compagnia. Dagli la parola e portiamolo con noi”.

La principessa alla maga: “Fai come dice”. E la maga alla volpe: “Parla!”

“Ci voleva una bambola di pezza per capire le mie potenzialità! Mpf! Ciao, sono la Volpe. E anche se mi chiamo Volpe sono maschio, ha ragione la pupa. Ciao pupa. Ah, e per informazione. A me l’uva fa cacare”. [Nota di Chiaralice, la battuta sull’uva è stata proposta dalla Volpe in persona]

Così si riunì questo strano terzetto e del come e del perché la principessa verrà rinchiusa nella torre più alta, del perché Eva avesse uno squarcio sulla schiena e come mai la Volpe di prendesse con lei tutta questa confidenza possiamo anche parlarne un’altra volta o non parlarne più. Fine antefatto.