Vecchie storie, storie nuove – Come una centometrista divenne una trekker e imparò a respirare

Correva. Correva già quando cominciò la sua corsa. Scarpe da centometrista, ma anche scalza avrebbe corso veloce. Quando entrò in paese sembrava che gli uomini si fossero messi in fila da un lato e dall’altro della strada per guardarla passare, come spettatori di una gara podistica. “Una centometrista”, dicevano, “non può mantenere il ritmo per la lunghezza di una maratona. Si fermerà”. In effetti era stanca e voleva fermarsi. In molti le offrivano ristoro. Tra questi solo alcuni riuscirono a farle fare una sosta.

Il primo era un gigante che costruiva case e la chiamava “bambina”. “Fermati qui. Ho del lavoro da finire. Intanto mettiti comoda, sorseggia cioccolata calda, metti le pantofole. Appena finirò costruirò per te una casa in Messico”. Passarono le stagioni, il gigante stava per finire il lavoro. Pochi giorni prima di partire disse che forse sarebbe stato meglio partire da solo, costruire la casa e poi lei l’avrebbe raggiunto. Chiedeva di aspettare ancora. Lei era già stanca, si tolse le pantofole e ricominciò a correre a piedi nudi.

Il secondo era un principe brutto. Lei si fermò per ascoltarlo suonare il pianoforte. La chiamava Chiarina. Le disse: “Fermati qui. Ho una reggia e tanti servitori pronti a eseguire i tuoi ordini, la mia carrozza è una spider. Tra un viaggio e l’altro potrai indossare scarpe con tacco 12, mangiare come una regina e cantare con me”. Restò lì solo per i viaggi e le canzoni. Ma i viaggi non arrivavano mai e lei non era fatta per aspettare, le canzoni erano finite e il tacco 12 non lo aveva mai messo. A piedi scalzi corse via.

Il terzo era un marinaio normanno. Viaggiava, scriveva poesie e la chiamava Dolce. Per la prima volta lei chiamò un uomo per nome, Rosso. Per la prima volta parlò davvero. Mise scarpe comode per camminare. Ognuno aveva la sua casa anche se tra loro si chiamavano “compagni” e chi non li conosceva pensava a una convivenza o criticava quel termine così intimo. Era l’uomo dei suoi sogni. Ma i sogni, si sa, finiscono all’alba (forse) e così, per motivi diversi, entrambi ripresero le loro strade. Lei posò le scarpe comode e ricominciò a correre a piedi nudi.

Il quarto era un pazzo, o forse un genio. Fu l’unico che riuscì a fermarla per un anno e mezzo, senza offrirle nulla. E ancora se ci pensa lei sorride. La aiutò a capire che bisogna respirare, che si corra o meno. La chiamava “Chiare’”, avevano una casa piccola, di una stanza e un bagno. Lui restava spesso a dormire lì. Avevano un cane anche. Poi la casa non bastò, volevano qualcosa di più, di più solido. Una vera convivenza in una casa loro. Lei fu costretta ad andare via per un periodo. Forse non aveva abbastanza amore, diceva lui. Lei no, sapeva che non era questo il problema. Era che lei non era fatta per aspettare. Quando lui rifiutò una casa lei sentì che forse non era ancora pronto ma con tutta la buona volontà, niente. Prese con sé il cane e ricominciò a correre.

Il quinto non la fermò. Fu lei a volergli andare incontro. Non la chiamava per nome, lo fece solo una volta, all’inizio, perché doveva farle vedere una cosa e aveva bisogno di richiamare velocemente la sua attenzione. Neanche lei lo chiamava per nome e i soprannomi erano così generici che ad altri potevano sembrare vuoti. Era bello camminare. Con le scarpe da trekking nuove, osservare il paesaggio invece di lasciarlo scorrere veloce come un piano sequenza infinito, mandato avanti veloce. Ogni tanto però lei era tentata di togliersi le scarpe e ricominciare a correre. Non per andare via, solo per arrivare prima. Allora, come un compagno di giochi più grande, lui diceva: “Ferma un attimo. Non conosci la strada. Se vai avanti da sola poi ti perdi. E non voglio sentire i tuoi lamenti. Se vuoi correre vai. Io voglio godermi la strada”. Allora lei rallentava. Ricordava che il genio folle le diceva di respirare e sorrideva. Camminava, quasi. Poi, curiosa, le veniva voglia di correre, di arrivare presto, prima del tempo. Iniziò a correre, non ascoltò gli avvertimenti: “Attenta, stai attenta, non farti male”. Come i bambini. La voce che la chiamava era serena quindi non c’era nessun pericolo reale in vista. “Corriamo di più”. Non vide il burrone davanti a sé. Lui questa volta la chiamò per nome e le gridò forte: “Fermati”. Lei si spaventò, si bloccò sul ciglio del precipizio. Lui la raggiunse e le tese la mano. Si abbracciarono. Risero di quegli scatti furibondi. Lei gli disse: “Se tu mi avessi avvisato prima che stavo correndo verso il vuoto, mi sarei fermata molto prima”. “Io ti avevo detto di camminare con me ma corri sempre e non mi ascolti”. Così non si fermò più in nessuna casa, non lasciò che gli altri le dicessero che scarpe mettere. Le scelse lei, imparò ad ascoltare e cominciò a camminare davvero.

Questa è la storia di come una centometrista divenne una trekker e di come ascoltando e camminando imparò finalmente a respirare.

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