Próxima estación

Un nuovo post per nuove avventure.
Ecco le prossime tappe (a data da destinarsi e in ordine sparso) del mio viaggio.

  • Toscana – un giro in giro e un saluto a una cara amica.
  • Savona – una cena in darsena con Emanuela e i suoi amici.
  • Milano – perché non ci vivrei (ma mi piace andarci spesso).
  • Provenza – dicono che Port Grimaud sia un bel posto da visitare alla fine della primavera.
  • Padova – non ci sono mai andata e uno spritz val bene il viaggio, sopratutto se in buona compagnia.
  • Verona – dove molto ha avuto inizio.

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La mia amica L.

La mia amica L. parte.
Cambia casa, cambia vita.
Porta con sé i suoi animali, quelli che l’hanno fatta diventare Mrs Bubba.
Io l’ho conosciuta che ancora aveva un solo cane e non era ancora un bubbo (non lo chiamavamo così allora). L’ho conosciuta che ancora non era la mia amica L. e mi chiedo come sia possibile: davvero è esistito un tempo in cui non eravamo amiche, un tempo in cui non ci conoscevamo neanche?
La mia amica L. parte, io piango. Perché non ci vedremo più spesso e già da un anno ci vediamo poco perché io ho cambiato città per prima, anche se sono rimasta vicina. Piango anche di felicità perché lei merita di essere felice e pare ci siano ottimi presupposti perché lo sia davvero. Piango per quanto è forte la speranza che davvero per lei sarà così.
La mia amica L. mi ha cambiato la vita in meglio tante di quelle volte che né io né lei riusciremmo a contarle, neanche con tutto l’impegno del mondo.

La mia amica L. è una delle cinque persone più importanti della mia intera vita.
Quindi, ovunque lei vada, trattatemela bene altrimenti mi incazzo.

Ou, tu! Ti voglio bene da morire.

[Occupy Barabba] Occupy Torino

Il rumore della felicità è quello dei miei passi dal mio lettino in soggiorno al tuo nella tua stanza, è quello delle lenzuola che alzi per farmi entrare, è quello della tua gamba destra che mi circonda per dirmi che sono tua, è quello dei nostri corpi vicini che trovano l’incastro perfetto.
Il rumore della felicità è quello della tastiera che cerca il volo che mi porterà da te, è quello della stampante che mi consegna i biglietti aerei.
Il conto in banca diventa sempre più magro, è il conto di una volontaria del servizio civile che tra tre mesi forse non saprà neanche come comprarsi da mangiare ma un modo lo troverà in quella città del Piemonte, così vicina ai miei sogni di studentessa, così vicina ai miei sogni di donna, così vicina a te.
Le mie preoccupazioni maggiori riguardano gli affitti. Il mercato immobiliare è sempre più impietoso e certo non sono solo gli studenti a farne le spese. Per non parlare della disoccupazione.
Una laureata in Lettere moderne che ha lavorato solo in libreria riuscirà a trovare un impiego anche fosse nell’ultimo bar di Torino?
Cerco e intanto sogno e rincorro il sogno.
Sogno di diventare docente universitaria o di entrare in una grossa casa editrice ma anche di fare la commessa in una libreria, non solo come lavoro estivo però.
Sogno una casetta di 60 mq con tende colorate, scaffali di legno, cucina in muratura, futon come letto, tappeti rossi su pavimenti color sabbia chiaro. Il mio cane steso al sole, quando c’è sole, sull’unico balcone che abbiamo aspetta che io torni da lavoro.
E la sera andare a dormire con un libro, pensare che forse sarebbe meglio comprare dei tappi per le orecchie appena la mia montagna, il mio cuore da novanta chili con gli occhi azzurri, inizia a russare. “In fondo è un rumore ormai familiare, mi fa da ninna nanna. Ma domani i tappi li compro, per ogni evenienza”.
Lo so, sembro un’inguaribile ottimista.
In realtà tutto questo mio racconto è basato su due certezze fondamentali.
La prima (scusate la retorica) è che la fabbrica dei sogni è l’unica che nessuno potrà mai chiudere.
La seconda è che anche solo a sognare e progettare tutto ciò io non sono mai stata così felice.

[Pubblicata in occasione dell’iniziativa Occupy Barabba di Barabba edizioni
http://barabba-log.blogspot.com/2011/10/occupy-barabba-occupy-torino.html]

Cicatrici: Non Altrimenti Specificati

(Posizione)
Sui seni, intorno ai capezzoli come raggi intorno al sole, sui fianchi, in alto sulle cosce.

(Causa)
Per scoprirla mi sono bastati solo tre anni di autoanalisi, menate mentali e due sedute da 50 euro l’una dalla psico. Dovrò farne altre quattro (più o meno).
Me le sono procurate per un’errata concezione dell’amore verso me stessa e verso gli altri: a quanto pare spesso è inutile dare il massimo.
Bisogna essere se stessi, essere fluidi, non farsi venire sensi di colpa se si sbaglia, non avere timore di agire per non ferire gli altri.
Ho sempre creduto di dover essere perfetta dentro e quando inconsciamente ho iniziato a intuire che non potevo riuscirci allora ho cercato, sempre inconsciamente, di diventare perfetta fuori. Questa la mia personale interpretazione.
Fino a poco tempo fa tutto nella mia vita era assolutamente totale, nel bene e nel male.
La gioia nei momenti di piacere era limitata a causa dei sensi di colpa (forse pensavo di non meritarla) e il dolore nei momenti negativi era amplificato dal senso di colpa per l’impotenza davanti alcune situazioni.
Un’autoflagellazione continua, praticamente. Sono rimaste le cicatrici delle ferite autoinferte.

(Fastidi)
Ogni giorno mi guardo allo specchio, nuda, e trovo sempre qualcosa che non va bene. Provo molta vergogna nel mostrare il mio corpo, sopratutto nell’intimità (anche se gli uomini se ne accorgono solo se sono io a farglielo notare o forse non gli danno peso ma io sì, molto) ma anche al mare e dall’estetista.
Devo andare dalla psicologa una volta a settimana per un mese ancora, forse poco più.
Devo andare dalla nutrizionista una volta al mese, non so per quanto tempo.
A volte calcolo anche le kilocalorie di un cucchiaino di zucchero nel caffè (circa 20).
Ho forte nausea nei momenti di nervosismo, stanchezza, sotto pressione.
La psico dice che ho disturbi alimentari NAS, Non Altrimenti Specificati: praticamente alterno atteggiamenti bulimici e anoressici. Come risultato fisicamente sto una favola, sono solo piena di cicatrici (smagliature) dovute ad anni di azione fisarmonica.
Pesi per i quali sono passata (fate finta ci sia un kg dopo ogni numero) in ordine: 57, 63, 70, 67, 55, 61, 55.
Neanche i miei problemi di salute sono “regolari”.
Ho i disturbi disturbati.
Una figata, no?
Però basta, mi sono stancata.
Per questo io amo le mie cicatrici: perché mi ricordano cosa non devo più fare.

[Si trova nell’e-book Cicatrici, Barabba edizioni
http://barabba-log.blogspot.com/2011/07/cicatrici-un-ebook.html]

Mi fa male l’eclissi

Dove sei?
Come stai?
Sai che ti penso?
Ma sopratutto come stai?
E chiamami, anche di notte, se ti va.

Mi fa male l’eclissi.

Sono uscita da scuola di musica e ho visto la luna.
Mi veniva da piangere.
Arrivata a casa l’ho rimossa un attimo.
Poi ho aperto google e ci ho ripensato.
Ho preso la macchina fotografica e sono andata in balcone a fotografarla.
Purtroppo stava già finendo. Però ci sono riuscita. Un pezzetto ora è mio.
Solo che ad averla dimenticata mi è dispiaciuto ancora di più.
Non lo so.

Mi fa male l’eclissi ma non so che vuol dire.

Come se quella falce di luna avesse tagliato via qualcosa.
Ma cosa?
Mi fa male come se fosse una parte di me. Mi fa male e mi dà ansia.

Finirà anche questa notte.

Una cosa preziosa

Il viaggiatore sa cosa significa l’aggettivo “prezioso”, perché il viaggiatore ha una grande propensione all’abbandono.
Prezioso è ciò che sai che troverai solo in quel posto e che lasci con dolore. Prezioso è ciò che è unico, ed inizia ad esserti necessario.
Prezioso è ciò che dona tranquillità.

Davide Enia, Rembò

Una cosa preziosa.

Ho letto questa frase e ho trovato la risposta a una domanda che mi sono posta.
Perché mi viene così spontaneo chiamare una persona “tesoro”?
Una e una sola in tutta la mia vita.
È un nomignolo che odio. Anzi, odio proprio i nomignoli, odio sostituire il nome di una persona con un soprannome se non di tanto in tanto, per presa in giro.
Questa persona no. Non riesco quasi a chiamarla con il suo nome reale, credo sia pudore, un voler mettere una distanza, un non voler ammettere la confidenza.
Così sostituisco il suo nome con mille altri e quello che più di tutti torna è proprio “tesoro”.

Una cosa preziosa che mi dona tranquillità e di cui sento la mancanza.