Carnevale è finito

Nei miei sogni vivo un altro spazio e un altro tempo.

Stanotte per esempio ho sognato che carnevale era appena passato. Ma la città in cui vivo era diversa da com’è ora. Era com’era più di dieci anni fa, col ponte della ferrovia e il camion del paninaro sulla sinistra, a destra le bancarelle dei fiori. Proprio lì, prima del liceo scientifico. Da là si va in Ortigia. Sì, una volta passava il treno in mezzo alla città. Ora il treno forse non passerà più…

C’erano coriandoli per terra, stampelle con su attaccati rimasugli di angeli improvvisati in plastica e ferro, altezza uomo. Poche poche macchine. Io ho l’età di adesso, ventitrè anni. Ho salutato da poco “the man I adore” ma non come farei ora, trattenendo la tristezza perché chissà quando ci rivedremo, no. Come se dovessimo vederci tra un paio di giorni.

Ma c’è un’angoscia di fondo. Sembra uno scenario post-apocalittico. Niente è come dovrebbe e attendo qualcosa. Delle carte, degli stracci buttati a terra colpiscono la mia attenzione. Penso. “Carnevale è finito”.

A me del carnevale non è mai fregato niente, dai sei anni in poi. Eppure ora lo dico con pesantezza. “Carnevale è finito”. Quasi mi dispiaccia. Volendo potremmo trovare mille significati. La gioventù che svanisce, l’età adulta che incalza. Volendo. Per qualcuno che non sono io però. Io l’età adulta me la porto addosso da un bel pezzo. Anche se non smetto mai di crescere, è ovvio. Allora sarà proprio la malinconia, la mancanza della spensieratezza in quei giorni. No, neanche. La mia indole è fortemente malinconica e solo un mago riesce a farmi sorridere costantemente ma solo perché io ho deciso di permetterglielo, di permettermelo. Ora sì.

Insomma non so dare una spiegazione a quelle ali di angelo e fata disseminate per strada, pezzi di gomma che si trattengono a stento sulle loro strutture, statue in rovina. Eppure qui non si fa altro che costruire.

Avrò mangiato pesante. Mezza pizza per cena. Forse ho esagerato.