Una stanza in penombra

Una stanza in penombra, l’unica luce presente è quella del sole al tramonto che filtra attraverso le persiane sul pavimento. Ogni striscia di luce è più stretta della precedente e più larga di quella che segue, poi il pellegrinaggio luminoso sale a sinistra su una sedia di ciliegio e colpisce un corsetto di pizzo nero con nastri di raso rosso, a terra una giacca blu, un gilet rossastro e pantaloni bianchi. Il pellegrinaggio curva un po’ verso destra e avvolge i corpi di un uomo e una donna, distesi su un grande letto a baldacchino con lenzuola e tende color porpora.
Una nuvola di fumo che riflette il colore del sole sorvola i due amanti. Lei si alza per rivestirsi, lui spegne il mozzicone di cubano nel posacenere sul tavolino da fumo.
“Il marinaio migliore che mi sia toccato da quando sono qui! E ti assicuro che ne sono passati tanti.”
“Grazie, ma non ci tenevo a saperlo.”
“Volevo dirtelo perché sei stato il più gentile e il più passionale insieme. Gli altri mi usano come uno straccio per lucidare scarpe e mi tocca anche fingere.”
“Carina, non ti starai innamorando!”
“No marinaio, non sono così stupida da innamorarmi di un uomo che ha un’altra in testa. E non dimenticarti come mi guadagno da vivere!”
La donna si stava riallacciando il corsetto. Il Capitano però non aveva ancora finito con lei e gli bastò tirare uno dei nastri rossi che le fasciavano la schiena per richiamarla a se.
Iniziò ad allentare tutti quei passanti come se stesse snocciolando un rosario, quello del suo piacere.
Quando l’operazione fu portata a termine, il marinaio fece scivolare l’indice su quel dolce pendio, dalla nuca al fondoschiena, e la puttana si lasciò sfuggire un gemito.
La stava prendendo quando si rese conto che nella stanza c’era qualcun altro: Liù Miù il Persiano.
Era entrato silenzioso come silenziosi i fasci di luce stavano andando via.
I suoi occhi arancioni divennero d’oro illuminati dal sole e le sue movenze delicate, attraverso la porta e poi sotto la sedia, facevano da eco a quelle della donna.
Il Capitano si sentì più nudo di quanto già non fosse.
Quel gatto lo inquietava.
Voleva cacciarlo via ma non osava tirargli addosso il cuscino.
Glielo chiese gentilmente, occhi negli occhi: “Per favore, vai via. Mi sento in imbarazzo”.
“Sono io ad infastidirti o stai cercando di nasconderti qualcosa?” gli sembrò di capire questo nello sguardo stizzito del gatto che lasciava la stanza.
Il Capitano si spinse ancora più dentro alla donna, ormai in preda all’ennesimo orgasmo di quel pomeriggio.

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Cecilia camminava verso casa

Cecilia camminava verso casa.
Non tornava da cinque anni.
Era scappata dal convento dove i suoi l’avevano mandata a lavorare. Doveva fare le pulizie, preoccuparsi di sbrigare le commissioni, fare la sguattera, insomma. Così almeno avrebbe portato qualche soldo a casa e sarebbe stata lontana da quel mondo “che ti corrompe, che ti corrode e ti strappa l’onore”, quel mondo che lei voleva conoscere.
Aveva quattordici anni quando fu presa a servizio dalle sorelle, aveva sedici anni quando assaggiò un po’ di quel mondo.
L’unico uomo a cui era concesso entrare nella parte del convento riservata agli alloggi delle suore era Iacopo Carmavalle,già molto famoso a Siracusa nonostante la giovane età. Era infatti il medico di fiducia di una delle signore più famose e più in vista dell’alta società e questo faceva sì che ci fosse un gran parlare di lui.
Alto, bella presenza, viso un po’ irregolare e occhi azzurri, tutte le donne avevano per lui una segreta passione che le faceva ammalare molto, troppo spesso.
Cosa ci faceva un uomo tanto chiacchierato in un convento?
Fu proprio quella famosa signora, affezionata alla Madre Superiora, che in passato le era stata grande amica e consigliera, a portare il dottore lì per la prima volta.
Un giorno, mentre Cecilia lavava il pavimento carponi, notò il dottore che passava svelto dal lato opposto del corridoio. Lo salutò, lui si fermò e rispose con un sorriso.
Cecilia aveva due amiche all’interno del convento, due novizie, con le quali passava ogni istante del suo tempo libero, di nascosto dalle sorelle, non avrebbero approvato l’amicizia tra due novizie e una sguattera. Una volta le sentì fare apprezzamenti poco consoni al loro ruolo riguardo Iacopo e le aveva guardate più con curiosità che non per la stranezza di quei commenti.
Da allora quelle novizie non le avevano più rivolto la parola.
La già difficile vita al convento divenne ancora più insopportabile in quella nuova solitudine e così, non appena il dottore le rivolse la parola per la prima volta, trovò nella sua fantasia un piacevole angolo di mondo dove trascorrere le ore con Iacopo.
Dopo pochi giorni la sua fantasia trovò riscontro nella realtà di un giardinetto interno dove le suore non andavano quasi mai.
Passò così un paio di mesi in compagnia del giovane, fino a quando le due novizie non li scoprirono.
“Lo diranno alla Madre Superiora e per noi sarà la fine. Scappiamo, andiamo via. Ti porterò in Oriente e lì ci sposeremo. Saremo liberi, vedrai. Non avrò difficoltà a trovare un buon lavoro. Sono un medico, la gente si ammala tutti i giorni” le disse Iacopo.
Cecilia ci pensò su, ma non troppo, perché sapeva che non gliel’avrebbero fatta passare liscia, sarebbe caduta nel disonore, pur avendo solo scambiato poche parole con il dottore.
Troppi erano stati però gli sguardi audaci.
“Si, partiamo, Voglio allontanarmi il più possibile da questa terra.”
Malta doveva essere la prima tappa del loro viaggio. Dovevano restare lì una settimana e poi avrebbero ripreso il viaggio.
Fu una settimana di follie. Questa volta l’onore di Cecilia era stato infranto davvero. Passarono i giorni tra boutiques e caffè, e le notti tra balli e camere d’albergo.
Il giorno prima della prevista partenza però Cecilia andò a cercare Iacopo. Non lo trovò.
Da allora aveva fatto tutti i lavori onesti possibili per guadagnarsi da vivere.
Aveva ricevuto proposte di matrimonio da tanti uomini di tutte le nazionalità e di tutte le età ma non accettò mai. Se avessero saputo che era stata deflorata, difficilmente si sarebbero presentati all’altare.
Aveva iniziato a lavorare in un albergo come sguattera quando una bella signora, ospite lì per una notte, le diede un biglietto.
“Se vuoi lavorare poco e guadagnare tanto e pulito chiedi di me”.
La signora gestiva un gruppo di ragazze che di tanto in tanto facevano compagnia a signori facoltosi.
“Lascia stare, sono puttane” le avevano detto.
“Accompagnatrici” rispose stizzita la donna, appena entrata nell’atrio dell’albergo.
Erano gli anni della guerra, difficili per tutti. Si sapeva che delle donne ben protette avrebbero avuto possibilità maggiori di non soffrire la fame.
Così Cecilia per tre anni fece l’accompagnatrice, imparando a cambiare accento, postura, modi di fare a seconda dei gusti dei clienti.
All’inizio del quarto anno aveva incontrato Molière, un francese fanatico di teatro che si faceva chiamare come il famoso drammaturgo.
Le diede un nuovo nome, Cely, le insegnò a parlare da francese, a camminare da francese, a fumare da francese e, oh sì, sì, a baciare da francese.
Vissero insieme fino a quando non arrivò il Capitano, il “passaggio” per la Sicilia, come lo chiamava lei.
Ripensò alla storia degli ultimi cinque anni sulla strada verso casa e quando arrivò le sembrò di averci messo una vita.
Poi entrò, lasciavano sempre porte e finestre aperte, e andò nella sua camera.

Oh Capitano, mio Capitano

“Oh Capitano, mio Capitano. Prendimi per mano, portami nel tuo mare e insegnami a navigare.”
Così cantava. Vestita quasi da uomo, una lunga treccia sulle spalle.
Giocava così. Lo prendeva in giro.
Il “marinaio”, come le piaceva chiamarlo, adorava guardarla giocare con i gatti in cortile.
Gatta anche lei. Odiava e amava il genere umano quanto odiava e amava se stessa.
Sembrava che nessuno mai avesse provato quella passione.
I gatti erano i suoi compagni ideali. Così, liberi, eleganti e misteriosi.
Ogni tanto prendeva Liù Miù, il persiano grigio, e usava la sua coda come se fosse un piumino per la cipria.
Si strofinava la coda sul viso, sul collo… e Liù Miù non faceva nulla. Stava lì immobile sulle sue gambe.
“Liù Miù, fossi un uomo, o fossi io una gatta, saresti perfetto per me!”
Un’ombra si avvicinava a lei furtivamente e sussurrava “Oh si, si. M.lle Cely sarebbe una gatta perfetta.”
“Non farlo mai più, marinaio! Ti ho detto mille volte di non farmi prendere così di paura. Non sono francese e non ti permetto di prenderti gioco di me.”
“Che caratterino, Cely. Mi piaci, piccola.”
“Non te ne approfittare. Se viaggiamo insieme è solo perché mi fa comodo un passaggio sulla tua bagnarola. E mi chiamo Cecilia!”
Le prese il viso con due dita e lo girò a destra e a sinistra, per vederla meglio e per farla innervosire.
“Si, Cely, piccola”, disse, “Sei così diversa da quando siamo arrivati. A Malta eri una signora francese, col neo disegnato sotto il labbro e con tanto di cagnetta al seguito. Mi sembra di ricordare che eri molto cortese e accondiscendente allora. Cos’è? Per strada hai cambiato gusti? Non ti piacciono più i marinai?”
“Non mi sono mai piaciuti. Lo sai. Se non mi fossi conciata in quel modo non ti saresti mai accorto di me e allora addio Sicilia!”
L’aveva già vista in realtà. Era in camera sua, con la porta socchiusa. Si stava togliendo gli abiti da uomo per fare un bagno. Era incredibile come riuscisse a nascondere bene le sue forme sotto quella camicia, per non parlare dei lunghi capelli raccolti in una coppola nera.
E ora era vestita allo stesso modo. Pantaloni alla zuava, camicia, bretelle e coppola.
Solo chi l’aveva vista nuda riusciva a indovinarne le curve sotto gli abiti.
“Sei proprio un bel tipo, tu! Io lo so che non sei poi così fastidioso, è che ti diverti a non darmi tregua un attimo.”
“Certo. Non c’è nient’altro da fare qui. Sbriga le tue faccende e quando sarai pronta ci vedremo in quel vicolo. Bussa alla seconda porta a destra e chiedi di me. Poi andremo via. Venezia aspetta, io no.”
Cecilia si mise sull’attenti: “Signorsì, Capitano.” Prese la sua borsa e si allontanò.
“Piccola cara. A volte è insopportabile. Ma ci piace così com’è, vero Liù Miù?”
“Mew!”