La contadina che raccoglieva ciliegie

C’era una volta una contadina che raccoglieva ciliegie.

La contadina abitava in una casetta vicino al frutteto. Le finestre davano proprio sulla strada. Un giorno passò di lì il principe con il re suo padre. Il principe si innamorò subito della bella contadina. Lei aveva capelli lunghi, quasi neri, un vestito bordeaux e un grembiule color panna, macchiato un po’ di terra.

La contadina si chiamava Cecilia. Cecilia aveva due ottimi amici, due folletti del bosco. Forse erano due satiri. Loro la aiutavano sempre nel suo lavoro e la consigliavano in tutti gli aspetti della sua vita. Il primo, il satiro biondo, le disse: “Cecilia, Cecilia, vai dal principe. Non importa se non lo ami, almeno smetteremo di far la fame e vivremo tra mille comodità”.

“No, Filottete, non mi interessa la ricchezza, voglio solo stare bene con i miei animali e i miei alberi. Ci manca qualcosa qui?” Il secondo satiro, Erostrato, le diede ragione. “Cecilia sta benissimo con noi, non ha bisogno d’altro!” Ovviamente Erostrato era segretamente innamorato di Cecilia e mai e poi mai avrebbe voluto vederla tra le braccia di un altro, pur sapendo che non sarebbe mai potuto diventare il suo compagno.

Il principe continuò a fare le sue cavalcate intorno al terreno di Cecilia. Ogni giorno le faceva trovare un fiore incastrato in una finestra. Lei gli sorrideva da lontano, ringraziava e tornava a sbrigare le sue faccende.

Accanto al terreno di Cecilia c’era un altro contadino. Il contadino che coltivava il grano. Si chiamava Polinice. Un giorno funesto si verificò un grave incidente. Proprio mentre il principe passava accanto al campo di Polinice, questi era impegnato nella mietitura quasi sul ciglio della strada e un colpo di falce sferzato con troppa potenza arrivò quasi a colpire il cavallo del biondastro slavat… ehm… del principe. Il cavallo s’imbizzarrì e disarcionò il cavaliere.

Cecilia vide tutta la scena e preoccupata si precipitò fuori casa. Filottete approfittò della sua assenza per dire a Erostrato: “Sei stato tu, altro che incidente. Ho visto che spingevi la mano di Polinice. Ora gli farai passare dei grossi, grossissimi guai. Eppure sai che Cecilia gli vuole molto bene”. Erostrato negò tutto ma effettivamente era stato davvero lui a spingere la falce, nella speranza di far fuori due avversari in un colpo solo. Morto il principe al contadino sarebbe toccata sicuramente la pena di morte.

Come ogni bel fustacchione di campagna ben educato avrebbe fatto (Polinice è alto 1 e 80 abbondanti, muscoloso ma non troppo, capelli color volpe, occhi di miele, un fustacchione, ecco!) il contadino si prodigò nell’aiutare il principe che in quanto principe delle fiabe, come tutti i principi cattivi delle fiabe era molto snob. “Vai via, vile villano” (al principe piacciono le allitterazioni, l’han cresciuto così). Mai mi farò soccorrere da un bestione di campagna come te. Piuttosto resto qui disteso”.

Polinice si allontanò costernato e un po’ spaventato. Rischiava veramente la libertà e il terreno per aver fatto un gesto per lui insolito. Non si miete così. La falce non può correre liberamente per l’aere, lui lo sa bene. Cecilia si rese conto della gravità della situazione e decise di intervenire. Così parlò al principe: “Mio Signore, come state? Venite, venite in casa mia. Permettete a due poveri villani (fece cenno a Polinice, mica voleva restar sola con quellollì) di soccorrervi. Perdonate l’incauto gesto di un giovane stanco che lavora tanto di più per pagare a Voi i tributi che giustamente Vi spettano”. (Sì, parlava con le maiuscole, embè?) “Gentile creatura, ho indagato su di te, mia bella Cecilia. Andiamo, andiamo a casa tua. Fossi stata un’altra avrei detto di no ma con te non mi abbasso al livello di una contadina, mi alzo a quello di una divinità”.

Polinice, Filottete e Erostrato guardavano la scena attoniti da punti diversi della strada. Filottete ed Erostrato ovviamente ripresero a litigare. Polinice ne aveva fin sopra i capelli. Non poteva tollerare di venir trattato così. Eppure il principe è tale per diritto divino, dicevano, e bisognava far ciò che lui desiderava. Tra tutti la più saggia era ovviamente la nostra Cecilia, capelli di corvo, labbra di ciliegia, bella, intelligente (e segretamente innamorata di Polinice, neanche a dirlo).

Il principe cominciò a sperare di avere delle possibilità, ovvero sperava di non dover costringere Cecilia a diventare sua. Non moglie. Una villana non poteva diventare moglie. Insomma, preferiva che la contadina si offrisse a lui invece di deflorarla con la forza. Ma c’era Polinice. Come toglierlo di mezzo?

“Cecilia, ti prego, vai a chiamare il guardiacaccia di mio padre, abita nella capanna dietro la grande quercia. Lasciami pure solo con questo villico villano e villoso (azz se gli piacevano le v al principe, il quale ancora non ha un nome)”. “Come desiderate, mio principe”. E con uno sguardo fulminante Cecilia disse a Polinice: “Attento, vuole incastrarti, fai il bravo e trattalo bene o questo ti fa ammazzare”. Polinice recepì e promise abbassando gli occhi.

Cecilia, nonostante la sua spiccata intelligenza, questa volta si era fatta prendere un po’ troppo dai sentimenti e non riuscì a capire da sé che era lei che stava per condannare il suo amato. Il principe, infatti, non chiese a Polinice altro che un bicchier d’acqua e poi aggiunse: “Vai a controllare il mio destriero. Solo la sella vale più di te e del tuo terreno messi insieme”. Polinice chinò il capo, andò a recuperare Filippo (il cavallo ha il nome, il principe no, chissà per chi tifa l’autrice…) e lo portò davanti casa. Intanto Cecilia era andata a chiamare il guardiacaccia, gli spiegò la situazione, questi imbracciò il moschetto, mise il mantello che da solo valeva più di Cecilia e tutte le sue ciliegie, e si incamminò verso il suo pupillo. Il principe da piccolo passava le sue ore libere a casa del guardiacaccia, comandandolo ovviamente a bacchetta. E lui subiva, tanto era l’amore per quel bambino, ora uomo. Cosa pensate che farà il guardiacaccia?

Rivediamo insieme i personaggi. Il principe senza nome dentro casa, Polinice e Filippo appena arrivati sulla soglia. Filottete e Erostrato a litigare sul retro. Cecilia e il guardiacaccia sulla strada. Arrivati a casa di Cecilia la nostra contadina si prende di paura proprio perché niente di quello che si aspettava lei era successo. Il principe e Polinice non avevano combattuto, non era successo niente di grave in sua assenza, anzi, Polinice aveva fatto quello che lei aveva chiesto. Era stato umile e si era fidato dei suoi consigli. Allora le balenò in mente un dettaglio non da poco. Il moschetto. Per chi era? Il cavallo non stava male, non andava soppresso…

Il guardiacaccia entrò in casa, guardò il principe, il principe gli disse: “Fallo! Spara!”. Il guardiacaccia corse fuori, andò verso Polinice, intanto caricava il moschetto con la polvere da sparo, Polinice iniziò a tastare le bisacce di Filippo nella speranza di trovare qualche arma. Trovò solo un coltellaccio. Quando un uomo con il moschetto incontra un uomo col coltellaccio, l’uomo col coltellaccio è un uomo morto!!!

E invece no! FIlottete mandò al paese delle fiabe Erostrato con un pugno ben assestato in mezzo alle corna (si sa che è il punto debole dei satiri), corse in aiuto di Polinice. Si rivelò a lui (fino ad allora era rimasto nascosto) e gli disse solo: “Prometti che la renderai felice, anche se poveri ma sarete felici?”. “Te lo giuro sul mio onore, sulla mia vita e sulla mia falce” (non aggiunse martello perché i tempi non erano ancora maturi…).

“Fai come ti dico: prendi la bisaccia di cuoio, metti dentro il coltellaccio, invoca il dio Pan insieme a me e grida: Non ho nessuna buona intenzione, ho rubato, ho picchiato, ti ho onorato e ora nel tuo nome sarò salvato”. Ma il dio Pan mica è scemo, lo sa che Polinice è un bravo ragazzo. Decide comunque di esaudire il suo desiderio perché sta compiendo in ogni caso un atto di ribellione nei confronti del potere (anarchia portami via).

Il guardiacaccia spavaldo: “Pensi di poterti difendere dal mio moschetto con una bisaccia di pelle? Sei un illuso!” Prese la mira e sparò. Il dio Pan entrò nella bisaccia e si specchiò nel coltellaccio il quale immediatamente acquisì poteri magici. Polinice gridò: “Pan! Salvami!” La bisaccia si fece pesante, il ferro del coltelaccio si era fuso con il cuoio, ora aveva in mano un vero e proprio scudo.

In tutto questo il principe aveva cercato di circuire Cecilia (a me piacciono le allitterazioni con la C). Ma Cecilia era riuscita a divincolarsi grazie all’aiuto di Erostrato appena rinvenuto. Giustamente per lui era meglio che Cecilia restasse vicino al bosco invece di andare a vivere al castello e quindi decise di aiutare Polinice anche lui. Cecilia si divincolò, riuscì a raggiungere il guardiacaccia e lo afferrò per i piedi. Questo perse l’equilibrio e l’unico colpo del moschettone partì. Anche se il guardiacaccia aveva mirato in un punto in cui lo scudo non arrivava, l’intervento di Cecilia fece deviare la canna del moschetto e la rosa del colpo sfiorò soltanto il nostro Polinice.

Cosa incredibile a dir poco, l’impatto del colpo contro lo scudo fece uscire l’immagine del dio Pan dalla bisaccia. L’immagine prese in bocca tutta la rosa del moschettone e la scagliò direttamente sul guardiacaccia il quale morì (così domi è contento) subito dopo, colpevole solo di aver amato un tiranno.

Il principe fuggì a piedi verso il castello gridando: “Siate maledetti! Il mio dio è più potente del vostro! Vi punirà!”. Ma come sempre, quando si parla di divinità si parla di aria fritta e i fatti ci cosano, Pan è più figo, qualunque dio avesse il principe. Filippo si rivelò un po’ un problema perché si innamorò di Erostrato e non è che lui ne fosse molto contento. Però gli spiegò che non c’era modo per un cavallo di montare una capra, per di più maschio, e quello si accontentò di vivere a casa con lui e Filottete.

Ma può finir così? Senza un intervento del re? Sì perché quando il principe raccontò tutta la storia a suo padre questi non gli credette. Suo figlio era sempre stato un gran cialtrone e di certo aveva colpito per sbaglio il guardiacaccia durante una battuta e aveva regalato il cavallo alla contadina per far colpo su di lei. Polinice il re lo conosceva bene, sapeva che il ragazzo era un suddito fedele, forse il più fedele tra tutti, discendente di una famiglia di alto rango decaduta per sfortune di guerra (un po’ alla Robin Hood).

Fece rinchiudere suo figlio nella torre più alta come fosse un malato mentale e a quei tempi si sa, non erano visti molto bene. Almeno essendo un principe ebbe il privilegio di essere accudito, servito e riverito in casa sua. E i nostri due contadini?

Andarono a vivere a casa di Polinice, finalmente insieme, continuarono a lavorare ognuno il suo terreno ma Cecilia, che amava raccontare storie, invece di cantare delle sventure di una povera contadina che sognava di trovare il principe azzurro iniziò a lodare la bellezza e la poesia di addormentarsi accanto a un contadino dai capelli color volpe e gli occhi di miele che ogni giorno al risveglio la guardava negli occhi e con uno sguardo le diceva: “Sei mia, sono tuo”.

Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra, io ho detto la mia.

Perdonate gli strafalcioni, ho fatto copia e incolla dei vari spezzoni scritti da me stanotte su Friendfeed. Grazie a Mitìa (Fatacarabina) per avermi permesso di cimentarmi in questa piccola esperienza sul suo feed. Spero la fiaba sia stata di suo gradimento seppure uscita dal cappello di un prestigiatore poco allenato. 🙂

Buonanotte a tutti.

Hey, that’s no way to say goodbye

Ascolto un po’ De Andrè e un po’ Cohen. L’anello di congiunzione è Suzanne. Mi fermo sorridendo. Ho sempre amato questa canzone.

Oggi una persona mi ha fatto ripensare a una cosa stupenda. Quanto è bello guardarli dormire. La poesia che avvolge due persone che si addormentano nello stesso letto. Si abbracciano, magari pelle a pelle, si accarezzano, si coccolano fino a che uno dei due non si addormenta. E l’altro continua ad accarezzare, guarda nel buio le forme della persona che ha davanti. Accarezza la schiena morbida, accarezza i capelli.

Belli i suoi capelli, morbidi, chiusi in una treccia, in una coda, sparsi sul cuscino, sfiorano le mie labbra. Ho paura a sfiorargli il viso, non voglio svegliarlo. Sorrido della sua espressione serena.

[Intanto Cohen mi accompagna ancora, è iniziata I’m your man.]

Mi piace sapere che si è addormentato sereno, un po’ anche per me. Si velano un attimo i miei occhi nella notte. Non so quando dormiremo ancora insieme ma abbiamo ancora qualche giorno o anche solo qualche ora insieme. Andrà bene, sarà bello domani. Domani. E mi addormento anche io.

Nella notte mi sveglio, quasi per controllare che sia lì veramente. Basta un rumore per farmi sobbalzare. Se si sveglia anche lui ci guardiamo un attimo, stiamo bene, riprendiamo a dormire.

[È iniziata Hey, that’s no way to say goodbye.]

La mattina mi sveglio per prima. Sono ansiosa di cominciare la mia giornata con lui. Apre gli occhi, ha sentito che sono scivolata via dal letto per prendere una bottiglia d’acqua e ora sono di nuovo con lui. Gli sussurro che va tutto bene, ricomincio ad accarezzarlo, si addormenta sereno, di nuovo. E io che gli dico piano: “Ma come devo fare con te?”

E chi lo sa come faremo? E chi lo sa cosa gli dirò la prossima volta, a bassa voce, in un soffio impercettibile, così piano da entrare nel suo sonno e alla sua domanda “Hai detto qualcosa?” poter rispondere: “No, niente, forse stavi sognando”.

Niente, non ho detto niente, ti ho solo detto cosa mi fai provare, qual è il motivo per cui sto tanto tempo a guardarti, anche quando tu non puoi vederlo.

Non ho detto niente, davvero.

Posso solo dirti che aspetto di guardarti negli occhi di miele e leggere cosa vuoi e intanto dimenticarmi anche di me perché mi piace guardarti dormire, mi piace finire e cominciare le mie giornate con te.

Mi piace guardarti mentre dormi.