Chiaralice (sicula), i piemontesi e il tempo atmosferico

2012, arrivo a Torino. Nevica, nevica sempre, fortissimamente nevica.

Piemontese 1 (da qui in poi contrassegnato dalla P di Piemontese e 1, essendo il primo):
“Quest’anno nevica tantissimo. Non si vedeva tanta neve da almeno dieci anni”.
Chiaralice (da qui in poi chiamata S, con la S di Sicula)“Davvero? Io pensavo fosse normale”.
P1: “No, no. Di solito non nevica così tanto! Tu sei abituata al sud quindi pensi che al nord nevichi sempre”.

2013, la cronaca verrà narrata mese per mese. Continua a leggere

Del perché odio le fotografie – un racconto

Ho capito perché non mi piacciono le fotografie.
Un giorno ero a casa di Marta, pochi giorni prima che io andassi a vivere da lei, ed ero in camera sua, stavo sistemando i due letti singoli per farne uno matrimoniale, avevo comprato le lenzuola rosse, come le voleva lei, quando a un certo punto il mio sguardo si posò sulla parete di fronte a me, quella piena di fotografie che io non avevo mai veramente visto. Ed eccole lì, Marta e Livia, che mi guardavano da un assolato ranch con tanto di deretano di cavallo di sfondo. Marta ha i capelli corti, un po’ più lunghi davanti, in modo da creare un ciuffo alto. Una via di mezzo tra un cowboy e John Travolta in Grease. Vestite in pieno stile country, con quelle enormi bandane monocrome, le camicie e i gilet, Marta da uomo e Livia da donna. Livia ha lo sguardo della sedotta e abbandonata mentre Marta le circonda le spalle con il braccio destro, espressione maschia. Sì, direi alla Clint Eastwood, con le sopracciglia aggrottate, la fronte corrucciata e quella bocca che dice che ne ha passate tante e niente più lo spaventa. Eppure io ci avrei scommesso, Marta ha la bocca di rosa, più da Carmen di Bizet che da texano dagli occhi di ghiaccio (secondo western diretto da Eastwood, tanto per fare una citazione). E poi, diciamolo, Clint Eastwood ha gli occhi azzurri, Marta li ha verdi. No, questa non è Marta, non si vedono i suoi occhi verdi. Lo so che la foto è in bianco e nero ma se non ci sono gli occhi verdi allora non è Marta! Così pensavo tra me e me e solo quando mi resi conto di quanto fosse stupido da parte mia non accettare una fotografia, chiaro ritratto di quella che allora era la realtà, capii anche cosa mi disturbava tanto. Non era solo il fatto che Marta e Livia uscissero ancora insieme da amiche, né che Marta avesse lasciato lo spazzolino di Livia nel bicchiere nel bagno, che dopo un paio di settimane sarebbe diventato “il nostro bagno”, e neanche che un paio di volte Marta abbia preso il cellulare davanti a me e io abbia visto per caso che a farlo suonare era stato un sms di Livia di cui lei poi non avrebbe fatto parola. Quello che non riuscivo a sopportare non era la presenza di Livia nella sua vita ma quello che Livia aveva significato per lei. La loro storia era una storia semplice, dal mio punto di vista, limpida. Ognuna con i propri difetti, grandi o piccoli, i propri capricci, i propri egoismi, certo, ma comunque una storia tra due persone che costruiscono qualcosa insieme, che creano un rapporto basato sulla loro quotidianità “normale”, che non hanno bisogno di niente di eccezionale per continuare ad avere voglia di vivere insieme. Io, col mio modo di fare, con la mia ambiguità, con la mia indole nomade, non avrei mai potuto dare niente di questo a Marta ma solo una sorte di quiete momentanea tra una fuga e l’altra, perché io sono così, non riesco a stare a lungo nello stesso posto, mi piace viaggiare, mi piace scappare, e a volte scappo via anche da seduta. Non sarei mai stata in grado di farmi amare da Marta come si amavano lei e Livia. Pensavo così perché non credevo minimamente che Marta avrebbe potuto amarmi proprio per la mia libertà, la mia voglia di avventure, la mia curiosità e la mia fantasia.
Fatto sta che è per questo che odiavo le foto e anche adesso non è che le abbia molto in simpatia.

That’s… PRIDE!

That’s… PRIDE!

16 giugno 2012 – Torino.

Il mio primo vero pride. Ne scrivo solo oggi perché sono stata poco bene in questi giorni.
E così, cos’è il pride? Il pride è l’orgoglio di dire alla nostra città chi siamo davvero: gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, transgender, genitori e figli di omosessuali, amici, gente comune, cittadini.
In comune non abbiamo altro che il desiderio di far cambiare le cose: vogliamo che non esistano più cittadini di serie b, come è stato ripetuto spesso, perché non è giusto, non fosse altro che perché se tutti abbiamo gli stessi doveri dobbiamo anche avere gli stessi diritti. Parafrasando quanto ha detto Laura Manfredi, una delle mamme dell’Agedo (Associazione Genitori di Omosessuali), l’affetto è uno dei bisogni primari dell’uomo, il più urgente, indipendentemente dalla persona verso cui questo è rivolto.
Il pride è un modo di fare coming out, di dire che indipendentemente dal nostro orientamento sessuale scendiamo tutti in piazza per lo stesso identico motivo.
Il pride è un modo di dire “Sì, sono orgoglioso di essere me stesso e sono orgoglioso di avere questa persona accanto. Sono orgogliosa di mio figlio. Voglio che mia figlia sia orgogliosa di me e non si debba mai vergognare” e ancora “Sono una donna e nessuno può dirmi chi amare e come farlo”.
Sono andata in piazza e ho manifestato. Ho tenuto per mano una persona e ne sono stata orgogliosa, fiera, felice. Avevamo bandiere colorate e l’arcobaleno negli occhi e nel cuore.
Vorrei poter fare vedere a tutti quelli che non erano presenti e che non sono mai stati a un pride l’amore che c’è negli occhi di coloro i quali invece hanno partecipato e dire a chi non ci è mai stato: “Ecco, vedi? Sono i tuoi stessi occhi, gli stessi occhi di quando ami, gli stessi occhi che ti fanno tremare quando una mano ti accarezza, gli stessi che vuoi vedere il mattino quando ti svegli. Sono gli stessi occhi di tua madre che è fiera di te, sono gli stessi occhi di tuo figlio che sorride alla vita”.
Al mio pride c’erano tante persone diverse, sì, ma diverse da chi?
C’erano i miei amici, c’era P. e c’era  la ragazza che ho tenuto per mano. Tutti loro sono il motivo del mio orgoglio e, giuro, difficilmente nella vita qualcuno potrà trovare un motivo più grande.
A tutti coloro che sono stati impegnati nella preparazione di questo evento e a quelli che mi hanno accompagnata durante questo percorso dico grazie e non ci sono altre parole per esprimere quello che provo: non importa da che parte stai, non importa l’orientamento sessuale, il primo pride è un’esperienza unica, come il primo amore e tutte le prime volte e queste persone erano con me.
Grazie a tutti e, anche se in realtà ci vediamo quasi tutti i giorni, arrivederci al prossimo pride.

Eugenio

Dal diario di Zales

Sabato 7 aprile 2012

Forse non ho ancora scritto di un componente fondamentale per la descrizione dei fatti futuri.
Eugenio è un simpatico nuovo arrivato.
È il classico elemento che nel gruppo sta zitto, ed esprime le sue opinioni sugli argomenti comuni come il tempo atmosferico, il tempo che passa, o la crisi finanziaria agitando le braccia molto lentamente, scuotendo i piedi e chiedendo un altro bicchiere d’acqua.
Quando c’è il sole Eugenio è felice, quando piove sorride. quando diluvia nuota, quando grandina sta al riparo, sembra proprio il classico personaggio che non ha niente da dire e che vive la propria vita come può, senza chiedere nulla.
Eugenio è sempre profumato. Ci tiene molto alla pulizia e spesso d’estate fa anche due docce al giorno. Gli piace stare all’aria aperta, ma non ama molto stare in mezzo alla gente. Gli piace stare sul balcone a vedere la gente che passa per strada, sbirciando tra il vetro del balcone e la grata, senza farsi notare. Ama anche studiare il comportamento dei piccioni, ed a volte resta immobile per così tanto tempo che i piccioni si avvicinano e lo becchettano. Lui li lascia fare, tanto non gradiscono e se ne vanno.
Ora, se fosse un becero antipatico che fissa la gente dal balcone si metterebbe a commentare ogni passante, i grassi, i magri, i vecchi, i giovani, le suore, gli immigrati. Invece Eugenio non giudica nessuno, osserva, si gode il sole e la pioggia. Osserva.
Eugenio è il nostro primo arrivato, è stato trovato da mia madre, che si è subito premurata di nutrirlo e coccolarlo, poi me l’ha consegnato con direttive precise. Io l’ho portato in motorino da Chiara, e quando ha visto quanto è carino se ne è innamorata e mi ha subito chiesto: «Come lo chiamiamo?». La mia risposta è stata immediata e ovvia. Ora Eugenio è sul nostro balcone, che prende sole, aria e pioggia un po’ come decidono loro. Sorride e cresce.
Eugenio è una bellissima piantina di Ocimum basilicum (ho dovuto guardare su wikipedia, ma non mi sono fidato e ho guardato sul librone delle erbe di mia madre). Basilico. Profumato, educato e travasato.
Ha bisogno di acqua ogni due o tre giorni per ora, ed è esposto a sud tutto il giorno.
Prima o poi ve lo presento…

Due mesi di Torino

Due mesi di Torino.

Dal 16 febbraio a oggi sono successe diverse cose: si va avanti con il corso di fotografia, abbiamo fatto delle uscite domenicali con i maestri, c’è stato CioccolaTO.
Sono cominciate le lezioni del secondo semestre. Comincio ad ambientarmi, a scambiare battute con i colleghi, a farmi un quadro della situazione, penso a possibii approfondimenti per possibili tesi, studio, vado spesso in biblioteca. Tra una lezione e l’altra leggo, scrivo questa cosa che non è un racconto, non è un romanzo, praticamente è il risultato amorfo delle mie idee amorfe che piano piano vengono fuori e si mettono in ordine da sole, come vivessero di vita propria. Da giovedì a domenica leggo, studio, vado in giro per musei, esco. Mi manca tanto lavorare, non solo per una questione economica. Non mi piace avere dei momenti della giornata in cui mi trovo a pensare “E ora che faccio?”, preferisco le giornate piene.

Sorpresa delle sorprese questo mese, giusto la scorsa settimana, Davide Enia, attore, regista, scrittore palermitano la cui opera è stata oggetto di studio per la mia tesi di triennale, è stato al Circolo dei lettori di Torino per presentare il suo romanzo “Così in terra”.
Mi ha fatto molto piacere rivederlo, salutarlo, ascoltarlo. Davide Enia ha la forza della narrazione che gli scorre dentro, credo sia quella che lo tiene in vita. Sembra che per lui tutto sia racconto: da quello che narra sul palco a quello che si potrebbe fare in cucina. Due delle sue opere hanno reso il calcio e la boxe poesia anche per me che mai avrei immaginato di trovare qualcosa di interessante in questi sport, nel calcio meno ancora che nel pugilato. Ci vuole tecnica, bisogna essere bravi artigiani, ma ci vuole anche tanta anima e lui ce l’ha. Si vede quando parla con le persone che conosce, si vede nei dettagli che io ho potuto cogliere, si vede quando saluta le bambine per strada a Palermo. Io l’ho visto perché sono andata a portargli la tesi dopo la laurea, lo scorso anno. Sì, credo che l’incontro con Davide Enia sia stato uno dei momenti migliori di questo mese e consiglio a tutti di leggerlo, sopratutto al signor A. G. che so che mi legge ogni tanto (ah, grazie per avermi consigliato Caino di Saramago, mi è piaciuto tantissimo).

Di una cosa mi sto rendendo conto: ho bisogno di avere le giornate sempre piene. Se mi fermo sono perduta. Così mi trovo da fare, o almeno ci provo. Inizia a mancarmi il movimento del mare, cerco di imitarlo muovendomi in città, lo cerco sulla cresta delle montagne e quando il cielo è chiaro riesco anche a trovarlo. Allora c’è pace, come c’è pace quando scatto una foto e il risultato è esattamente quello che avevo progettato in mente, quando la cucina profuma di cibo, quando si discute la lezione in aula, quando apro gli occhi e davanti a me trovo i miei occhi azzurri. Basta ricordarlo per andare avanti.

Oh, leggete Davide Enia che fa bene.

Ciao.

A casa – Un mese di Torino

Un mese di Torino

Prendi una studentessa universitaria innamorata del viaggiare, che viene dal sud, profondo sud, con il mare che si vede da casa, le maniche corte anche a dicembre. Mettila in una città nuova, grande, bella ma praticamente sconosciuta, fredda, con il cielo grigio e la raccolta differenziata che pare funzioni. Dalle una settimana per capire che i mezzi pubblici esistono, sono veri e funzionano anche, per imparare le vie principali della città, trovare casa.
Avrai una bomba di entusiasmo pronta ad esplodere.

Così è stata la mia prima settimana a Torino.
Poi mi sono commossa per la neve. La mia prima neve vera, nevicata seria, lunga praticamente una settimana. Svegliarmi e vedere dalla finestra quel candore accecante è stata un’esperienza del tutto nuova. Con la neve è venuto il raffreddore, il piacere del tè caldo, del caffè d’orzo, delle tisane per riscaldarsi. Ho scoperto che la copertina sulle gambe è una cosa piacevole, non un vezzo da pensionata.
Ho ripreso a cucinare. Per più di un anno sono stata a casa dai miei, periodo durante il quale ho lavoricchiato e tornavo a casa che la pappa era già pronta. Ora cucino io, a turno con il coinquilinaggio, e pare che me la cavi abbastanza bene (chiedete a chi vive con me e mi ha fatto spesso i complimenti).
So muovermi a Torino e anche in provincia, anche grazie alla mia guida che mi ha insegnato un paio di trucchetti, adoro il corso di studi che frequento, mi sono innamorata di questa città e di tanti dei suoi abitanti, praticamente di tutti quelli che ho incontrato sulla mia strada, che con me sono stati affettuosi e disponibilissimi.
Poi oggi, andando verso La Loggia, Torino mi ha fatto commuovere di nuovo. Il cielo era azzurro, limpido, come non succede spessissimo in questo periodo dell’anno, e in lontananza si vedevano le cime delle montagne. Allora ho capito quello che la mia guida aveva provato a spiegarmi portandomi a Courmayeur mesi fa. Ho sentito per le montagne quello che di solito provo per il mio mare.
Avevo voglia di lasciare tutto e andare a sedermi nella neve, per lasciarmi assorbire dal biancore e guardare le vette intorno, che per ora sono bianchissime ma alcune, le meno alte, tra qualche mese sembreranno di nuovo fatte di cioccolato, cosparse di zucchero a velo.

Eccomi qui, dunque, nuovamente zingara in terra straniera, con un piacere immenso per ogni nuova scoperta e quel briciolo di nostalgia per la mia famiglia che comunque rivedrò abbastanza presto. Però non mi sento mai fuori posto, mai estranea, mai sola.
Fino a quando avrò me stessa, un taccuino, la mia macchina fotografica, un sorriso da regalare e uno da ricordare sarò sempre a casa.

Il mio post sotto l’albero

Benvenuti a questo commovente Natale.
Eccoci qui. Io con la mia avversione per le feste comandate religiose, voi con il vostro ottimismo. Che siate cattolici, cristiani, non credenti, comunque siete allegri, spensierati, o almeno ci provate. Vi invidio un po’. Andate in giro per fare gli auguri ai parenti, come prima siete andati nei negozi a comprare loro regali che ora state scambiando. Sì, magari la maggior parte delle volte si tratta di regali che voi metterete di lato e non guarderete mai più. Altre volte sono pensieri carini, perché i vostri amici, i vostri familiari, vi conoscono bene.  Io ho ricevuto pochissimi regali. I migliori sono il cappello da mia sorella e i paraorecchie da mia zia. L’abbonamento ai musei di Torino è un regalo prenatalizio da parte di P. e lo adoro. Ok, e poi? Non ditemi che il Natale è questo. Non ditemi che è fatto di regali e cenoni e pranzi. Per qualunque motivo voi festeggiate questo giorno è comunque un giorno felice, fatto di casa e famiglia.  La mia famiglia è veramente ridotta all’osso, quella di sangue almeno. La mia vera famiglia è sparsa in giro per l’Italia. Palermo, Roma, Torino. Mi chiedo ogni tanto se ci sia qualcuno in qualche altra città. Non ho bisogno che arrivi Natale per sentirne la mancanza. Però sì, oggi mi mancano più del solito. Mi mancano perché se deve esserci un Natale per me deve essere necessariamente con loro, se devo pensare a qualcosa di felice sono loro ad essere coinvolti. Così mentre tutti voi sorridete, magari un po’ scocciati da queste festività ma comunque contenti, io sono a casa, da sola, e scrivo il mio post sotto l’albero.

Be’, tanti auguri.