Del perché odio le fotografie – un racconto

Ho capito perché non mi piacciono le fotografie.
Un giorno ero a casa di Marta, pochi giorni prima che io andassi a vivere da lei, ed ero in camera sua, stavo sistemando i due letti singoli per farne uno matrimoniale, avevo comprato le lenzuola rosse, come le voleva lei, quando a un certo punto il mio sguardo si posò sulla parete di fronte a me, quella piena di fotografie che io non avevo mai veramente visto. Ed eccole lì, Marta e Livia, che mi guardavano da un assolato ranch con tanto di deretano di cavallo di sfondo. Marta ha i capelli corti, un po’ più lunghi davanti, in modo da creare un ciuffo alto. Una via di mezzo tra un cowboy e John Travolta in Grease. Vestite in pieno stile country, con quelle enormi bandane monocrome, le camicie e i gilet, Marta da uomo e Livia da donna. Livia ha lo sguardo della sedotta e abbandonata mentre Marta le circonda le spalle con il braccio destro, espressione maschia. Sì, direi alla Clint Eastwood, con le sopracciglia aggrottate, la fronte corrucciata e quella bocca che dice che ne ha passate tante e niente più lo spaventa. Eppure io ci avrei scommesso, Marta ha la bocca di rosa, più da Carmen di Bizet che da texano dagli occhi di ghiaccio (secondo western diretto da Eastwood, tanto per fare una citazione). E poi, diciamolo, Clint Eastwood ha gli occhi azzurri, Marta li ha verdi. No, questa non è Marta, non si vedono i suoi occhi verdi. Lo so che la foto è in bianco e nero ma se non ci sono gli occhi verdi allora non è Marta! Così pensavo tra me e me e solo quando mi resi conto di quanto fosse stupido da parte mia non accettare una fotografia, chiaro ritratto di quella che allora era la realtà, capii anche cosa mi disturbava tanto. Non era solo il fatto che Marta e Livia uscissero ancora insieme da amiche, né che Marta avesse lasciato lo spazzolino di Livia nel bicchiere nel bagno, che dopo un paio di settimane sarebbe diventato “il nostro bagno”, e neanche che un paio di volte Marta abbia preso il cellulare davanti a me e io abbia visto per caso che a farlo suonare era stato un sms di Livia di cui lei poi non avrebbe fatto parola. Quello che non riuscivo a sopportare non era la presenza di Livia nella sua vita ma quello che Livia aveva significato per lei. La loro storia era una storia semplice, dal mio punto di vista, limpida. Ognuna con i propri difetti, grandi o piccoli, i propri capricci, i propri egoismi, certo, ma comunque una storia tra due persone che costruiscono qualcosa insieme, che creano un rapporto basato sulla loro quotidianità “normale”, che non hanno bisogno di niente di eccezionale per continuare ad avere voglia di vivere insieme. Io, col mio modo di fare, con la mia ambiguità, con la mia indole nomade, non avrei mai potuto dare niente di questo a Marta ma solo una sorte di quiete momentanea tra una fuga e l’altra, perché io sono così, non riesco a stare a lungo nello stesso posto, mi piace viaggiare, mi piace scappare, e a volte scappo via anche da seduta. Non sarei mai stata in grado di farmi amare da Marta come si amavano lei e Livia. Pensavo così perché non credevo minimamente che Marta avrebbe potuto amarmi proprio per la mia libertà, la mia voglia di avventure, la mia curiosità e la mia fantasia.
Fatto sta che è per questo che odiavo le foto e anche adesso non è che le abbia molto in simpatia.

[Occupy Barabba] Occupy Torino

Il rumore della felicità è quello dei miei passi dal mio lettino in soggiorno al tuo nella tua stanza, è quello delle lenzuola che alzi per farmi entrare, è quello della tua gamba destra che mi circonda per dirmi che sono tua, è quello dei nostri corpi vicini che trovano l’incastro perfetto.
Il rumore della felicità è quello della tastiera che cerca il volo che mi porterà da te, è quello della stampante che mi consegna i biglietti aerei.
Il conto in banca diventa sempre più magro, è il conto di una volontaria del servizio civile che tra tre mesi forse non saprà neanche come comprarsi da mangiare ma un modo lo troverà in quella città del Piemonte, così vicina ai miei sogni di studentessa, così vicina ai miei sogni di donna, così vicina a te.
Le mie preoccupazioni maggiori riguardano gli affitti. Il mercato immobiliare è sempre più impietoso e certo non sono solo gli studenti a farne le spese. Per non parlare della disoccupazione.
Una laureata in Lettere moderne che ha lavorato solo in libreria riuscirà a trovare un impiego anche fosse nell’ultimo bar di Torino?
Cerco e intanto sogno e rincorro il sogno.
Sogno di diventare docente universitaria o di entrare in una grossa casa editrice ma anche di fare la commessa in una libreria, non solo come lavoro estivo però.
Sogno una casetta di 60 mq con tende colorate, scaffali di legno, cucina in muratura, futon come letto, tappeti rossi su pavimenti color sabbia chiaro. Il mio cane steso al sole, quando c’è sole, sull’unico balcone che abbiamo aspetta che io torni da lavoro.
E la sera andare a dormire con un libro, pensare che forse sarebbe meglio comprare dei tappi per le orecchie appena la mia montagna, il mio cuore da novanta chili con gli occhi azzurri, inizia a russare. “In fondo è un rumore ormai familiare, mi fa da ninna nanna. Ma domani i tappi li compro, per ogni evenienza”.
Lo so, sembro un’inguaribile ottimista.
In realtà tutto questo mio racconto è basato su due certezze fondamentali.
La prima (scusate la retorica) è che la fabbrica dei sogni è l’unica che nessuno potrà mai chiudere.
La seconda è che anche solo a sognare e progettare tutto ciò io non sono mai stata così felice.

[Pubblicata in occasione dell’iniziativa Occupy Barabba di Barabba edizioni
http://barabba-log.blogspot.com/2011/10/occupy-barabba-occupy-torino.html]

Carnevale è finito

Nei miei sogni vivo un altro spazio e un altro tempo.

Stanotte per esempio ho sognato che carnevale era appena passato. Ma la città in cui vivo era diversa da com’è ora. Era com’era più di dieci anni fa, col ponte della ferrovia e il camion del paninaro sulla sinistra, a destra le bancarelle dei fiori. Proprio lì, prima del liceo scientifico. Da là si va in Ortigia. Sì, una volta passava il treno in mezzo alla città. Ora il treno forse non passerà più…

C’erano coriandoli per terra, stampelle con su attaccati rimasugli di angeli improvvisati in plastica e ferro, altezza uomo. Poche poche macchine. Io ho l’età di adesso, ventitrè anni. Ho salutato da poco “the man I adore” ma non come farei ora, trattenendo la tristezza perché chissà quando ci rivedremo, no. Come se dovessimo vederci tra un paio di giorni.

Ma c’è un’angoscia di fondo. Sembra uno scenario post-apocalittico. Niente è come dovrebbe e attendo qualcosa. Delle carte, degli stracci buttati a terra colpiscono la mia attenzione. Penso. “Carnevale è finito”.

A me del carnevale non è mai fregato niente, dai sei anni in poi. Eppure ora lo dico con pesantezza. “Carnevale è finito”. Quasi mi dispiaccia. Volendo potremmo trovare mille significati. La gioventù che svanisce, l’età adulta che incalza. Volendo. Per qualcuno che non sono io però. Io l’età adulta me la porto addosso da un bel pezzo. Anche se non smetto mai di crescere, è ovvio. Allora sarà proprio la malinconia, la mancanza della spensieratezza in quei giorni. No, neanche. La mia indole è fortemente malinconica e solo un mago riesce a farmi sorridere costantemente ma solo perché io ho deciso di permetterglielo, di permettermelo. Ora sì.

Insomma non so dare una spiegazione a quelle ali di angelo e fata disseminate per strada, pezzi di gomma che si trattengono a stento sulle loro strutture, statue in rovina. Eppure qui non si fa altro che costruire.

Avrò mangiato pesante. Mezza pizza per cena. Forse ho esagerato.

La bambola e la Volpe – La magia viene svelata

La principessa tornò verso casa con due amici in più. Severamente vietato dalla maga parlare e interagire in qualsiasi modo con loro, anche portarli con sé in pubblico, pena il riconoscimento della ragazza come strega.
Se solo avesse ascoltato quelle parole di monito.
Ma andiamo con ordine.

Si avvicinava il diciassettesimo compleanno, dicevamo, e la principessa era in ritardo per la scelta del futuro sposo. Era già tanto all’epoca che le concedessero di sceglierselo lei il marito. Così, per festeggiarla, i regnanti diedero un grande ballo. La principessa si presentò con un abito di broccato bordeaux, tessuto identico a quello del vestito della sua bambola. Entrò nel salone con la bambola tra le braccia e la volpe le camminava accanto. Si sedettero sul seggio accanto al trono del re padre. La bambola, ovviamente faceva finta di non aver vita, adagiata su un bracciolo, la volpe seduta sull’altro. Questo trio destò molto scalpore in sala. Forse la principessa aveva dei problemi di salute, forse non era cresciuta ancora del tutto? Forse era rimasta ancora bambina?
Si aprirono le danze. Come primo cavaliere la principessa scelse un principe davvero poco attraente. Ma lei non voleva sposarsi, voleva continuare a essere libera, a correre per i boschi e a preparare nuove bambole. Senza trucchi e senza magia ma libera.
Secondo ballo, un principe belloccio ma decisamente stupido. Andava avanti così, tra un pretendente e l’altro, sicura che nessuno mai l’avrebbe convinta ad aprirsi, ad amare. Intanto Eva e la Volpe commentavano sottovoce tutti quei principi tronfi e anche un po’ antipatici. Ma che volete? Creature magiche, sì, ma sempre giovani. Non capivano il rischio che correvano. E infatti…

La dama di compagnia assegnata dal re alla principessa aveva notato degli strani movimenti notturni. La bambola e la volpe uscivano spesso dalla finestra per andare a fare un giro per i boschi. Fingere tutto il giorno tutti i giorni per person… ops, scusate… per esseri come loro era davvero difficile. Dovevano pur sfogarsi in qualche modo. E chi era costretto a stare tutta la sera in piedi a pochi metri dal seggio della principessa? Bravissimi, proprio lei, la dama di compagnia. Che fregatura, eh? Be’, la musica aumentava, i due ingenuotti nostri amici alzarono il tono della voce. La dama sentì qualcuno fare apprezzamenti poco educati sui principi. Cominciò a guardarsi intorno. Niente. Andò avanti così per un bel pezzo. Poi la principessa chiese una pausa dalle danze e tornò al suo seggio. La dama la sentì ridere.
Le chiese: “Cosa vi dà tanta allegria, Vostra Altezza? Non sta bene che una principessa rida così in pubblico”.
“Perdonate, cara signora. Non è nulla”.
La cara signora cominciò a capire che evidentemente qualcosa le sfuggiva. Prestò ulteriore attenzione alla principessa. Questa si girava, guardava la bambola e rideva. Poi la volpe le saltò in grembo, le si avvicinò al viso, le disse qualcosa. Le disse qualcosa?
La dama spalancò occhi e orecchie. La volpe stava parlando.
E la principessa le sorrideva. La dama pensò di essere pazza.
“Principessa, non state intrattenendo una lunga discussione con una volpe, vero? Sto male, oddio!”
Con fare scherzoso le rispose: “Mia cara signora, sì, sto parlando con la mia volpe”. La dolce donzella dal sangue reale non poteva essere a conoscenza dei precedenti sospetti della cara signora.
Questa cominciò a tremare, avendo trovato nelle parole della principessa le conferme che cercava.
Si gettò ai piedi del re: “Mio Signore e Sovrano, perdonatemi, devo dirvelo. Vostra figlia è una strega!”
Al sentire queste parole la regina, presa dalla paura, memore della promessa non mantenuta che aveva fatto alla sorella, disse: “Perdonate, ho un mancamento, mi ritiro nelle mie stanze”.
Il re a lei: “Vai mia cara, ci penso io a qui”. E alla dama: “Come osi? Guardie! Portate via questa donna, impiccatela domattina all’alba”.
“No, Signore vi giuro! Chiedetele di aprire la sua bambola per vedere di cosa è fatta. Sicuramente ci sarà qualche intruglio magico nell’imbottitura. O qualcosa del genere. Vedrete, non ve lo concederà”.
“Smettila sgualdrina. Mi fai schifo. Osi pensare che qualcuno potrebbe disobbedirmi?”
Principessa, bambola e volpe erano terrorizzati. Il re sapeva essere tanto buono e accondiscendente quanto permaloso e caparbio.
“Una spada, un pugnale, insomma a me qualcosa”.
Aveva già preso in mano la bambola.
“No, padre, vi prego. Ho lavorato tanto per farla così”, cercò di dissuaderlo la principessa, “Ve ne prego, fatelo per me”.
“Non voglio sentire storie. Lavorerai ancora un po’ per sistemarla dopo. Le faccio solo un piccolo taglietto sulla sch..”
“Aaaaah!”
“La bambola ha gridato?”

La principessa svenne. La salvò dalla rovinosa caduta l’unico principe che davvero si era innamorato di lei a prima vista.
Lo scompiglio generale permise poche ma fondamentali mosse utili alla salvezza dei nostri piccoli incantati. La volpe balzò sulla testa del re, prese tra i denti la bambola e cominciò a sgusciare tra le gambe dei soldati e degli invitati fino ad arrivare a una delle finestre della sala, sperando di non cadere nel fossato. Così si allontanarono dal castello.
Il re cacciò via tutti urlando forte che quelle stregonerie erano di certo un trucco della dama di compagnia, assicurando che sua figlia non era responsabile di quello che era accaduto. Chiese scusa e promise di far pervenire a tutti un invito per un altro ballo. Tutti andarono via tranne il principe innamorato che chiese di poter restare, nonostante le insistenze del re.
Ma il re voleva vederci chiaro e non poteva rischiare di far trapelare eventuali segreti della figlia o non avrebbe potuto proteggerla. Così fece portar via il principe il quale non poté far altro che gridare: “Principessa, principessa vi prego…”
La principessa si svegliò e vide davanti a sé quello sconosciuto che si dibatteva per starle accanto, quel giovane uomo dagli occhi verdi come le foglie degli arbusti del sottobosco, profondi come l’abisso e sinceri come uno specchio d’acqua. Si innamorò immediatamente di lui e fece per slanciarsi, per raggiungerlo ma niente. In pochi minuti aveva perso tutto.

Restarono soli, padre e figlia.
“Figlia mia, dimmi, ti prego. Troviamo una soluzione insieme. Chi ti ha donato la bambola stregata? Quella donna che ti insegna a cucire, forse? La farò impiccare per questo!”
“No, padre. L’ho cucita io con le mie mani. I suoi capelli sono quelli di una morta, io le ho impartito l’ordine di vivere”.
Il re non poteva credere alle sue orecchie.
“Tu! Sai benissimo che la magia è bandita dal mio regno. Mi hai tradito, dovresti essere addirittura decapitata per questo, da esempio per tutti gli altri. Ma io ti amo troppo, figlia mia. Essere padre per un re non è facile. Bisogna scegliere tra l’onore e l’amore. Non posso andare contro le mie stesse parole e contro il mio popolo”.
La regina entrò nella sala. Si era solo nascosta. Aveva paura, è vero, ma una madre regina può sbilanciarsi più di un padre re e così venne in soccorso della figlia.
“Mio Signore. Devo dirvi la verità. E devo dirla anche a te figlia mia. È colpa mia tutto ciò. Tu, re, sai benissimo chi ero io ma non sai come ho fatto a spacciare come veri dei natali reali. Magia. Sì, figlia. Io sono una popolana. Pur di sposare tuo padre finsi di essere di sangue blu. Quello che lui non sa è che perché questa messa in scena funzionasse ho chiesto aiuto a mia sorella. Una maga. La stessa che ti ha insegnato a cucire la tua bambola. In cambio mi aveva chiesto di farti crescere con lei fino all’età adulta, per insegnarti la magia. Ma quando vidi tuo padre prenderti in braccio per la prima volta non riuscii a raccontargli la verità. Questa è la sua vendetta”.

La principessa cominciò a piangere disperata: “Morirò per colpa Vostra”.
Il re: “Non morirai. Sarai chiusa nella torre più alta del castello. Diremo a tutti che sei malata, gravemente malata, e non potrai avere eredi. Resterai chiusa lì per tutta la vita. Tua madre, be’, vedrò cosa fare di lei. In quanto a tua zia, considerala già morta. Lei e le vostre creature malvagie”.
In un pianto dirotto la principessa perse tutte le forze e dovettero condurla alla torre in braccio.

Come e grazie a chi si salvò lo narreremo un’altra volta. Ma abbiate fiducia, la bambola e la volpe torneranno.

La bambola e la Volpe – Antefatto

ANTEFATTO

“Fatto!” “Grazie. – disse la bambola di pezza – Non mi andava di stare ancora con quel brutto strappo sulla schiena. Non è comodo andare in giro così”. Scese dalle gambe della principessa e si sedette accanto alla volpe. “Ora non potrò più giocare con la tua imbottitura. Era così bello infilarti il muso nella schiena”. “Certo! – rispose la bambola alla volpe – Per questo ero tutta smagrita. A furia di giocare con la mia schiena mi stavo svuotando. Sei volpe ma sei poco furbo, come tutti i maschi. Per fortuna la principessa aveva ancora del cotone per riempirmi”.

Forse però dovremmo dare ai nostri lettori delle spiegazioni. O potremmo, più semplicemente, partire dall’inizio. C’era una volta, come si dice in ogni inizio che si rispetti, in un paese lontano, un re, una regina e una bella principessa. La bimba cresceva e così anche i suoi bei capelli del colore del grano maturo. Gli occhi azzurrissimi e curiosi di conoscere il mondo. Compiuti sedici anni la principessa chiese al re suo padre di fare un viaggio nel regno. Il re acconsentì per una passeggiata nei dintorni del castello. Non stava bene che una principessa andasse in giro per i villaggi. Ovviamente sarebbe stata accompagnata dal suo seguito di damigelle e da alcuni dei cavalieri della guardia reale. La principessa, tutta felice, si preparò in fretta per evitare che il padre ci ripensasse. Radunò le damigelle, la guardia era giù pronta. Via per i campi!

Appena la regina venne a saperlo ebbe un brivido di paura. La regina infatti era tale solo grazie a un incantesimo. Faceva parte del popolo, era una serva della casa reale. Sua sorella era invece una maga. Aveva vissuto per anni nei boschi, in una caverna, con un drago per amico. Tornò a casa e più nessuno voleva avere a che fare con lei tranne la futura regina. Per premiarla le disse: “Sorella mia, tu che sei l’unica ad amarmi ancora, esprimi un desiderio e io lo esaudirò. In cambio ti chiederò solo un piccolo favore, a seconda del desiderio da te espresso”.

Io non vorrei abusare della tua magia, sorella. Ma in realtà c’è un sogno che mi stringe il cuore. Sono innamorata del nostro re e lui mi ricambia ma io sono una popolana, non acconsentiranno mai alle nostre nozze. Puoi farmi diventare una principessa?” La maga a lei: “Certo, sorella mia. Sono una maga molto potente. In cambio dovrai affidarmi il tuo primogenito perché io lo educhi alla magia. Quando il suo apprendistato sarà terminato potrà tornare da te. La magia è un’arte potente e rischia di scomparire. Voglio lasciare la mia conoscenza a un degno erede”.

Così le sorelle strinsero il patto. La maga fornì tanto di valletti e attestati di discendenza nobile e dato che, come dicevo prima, il paese è molto lontano nessuno si curò di andare a verificare. Alla cerimonia di fidanzamento arrivarono dei presunti regnanti di un presunto reame con seguito e doni. Lo stesso per il matrimonio. Tanto bastava per i genitori del principe. Così i due si sposarono, il principe divenne re. Dopo poco tempo nacque loro la bellissima bambina di cui sopra. Neanche a dirlo, la regina non se la sentì di affidare quella creatura così fragile alla sorella maga. Non voleva che sua figlia crescesse in mezzo alla foresta, in una vita di stenti. E per di più non sapeva come dire al re suo consorte che aveva promesso il loro primogenito a colei che era stata bandita a vita dal paese, proprio a causa della sua magia.

In realtà la maga era ancora lì, nei campi nei pressi del castello, sotto le mentite spoglie di una dolce signora, d’accordo con la sorella. Codesta signora fabbricava bambole di pezza e furono proprio queste semplici bambole ad attirare la principessa, passata davanti alla casa della donna. “Signora, chiedete ciò che volete e vi sarà dato. In cambio vi chiedo solo di insegnarmi a costruire una bambola come quelle”. “Maestà, ogni vostro desiderio…” “No, insisto, non voglio regali. Siete gente umile. Lavorate e io voglio pagarvi”. “Allora facciamo così: Voi offritemi la Vostra compagnia e io Vi insegnerò a costruire bambole di pezza. – si avvicina alla principessa e le sussurra – Bambole magiche ma shhh! Non dovete dirlo a nessuno”.

La principessa chiese il permesso di andare a lezioni di cucito dalla cara signora, mantenendo il loro segreto. La regina volle accompagnarla la prima volta. Non riconobbe la sorella ma per sicurezza chiese che la principessa fosse sempre accompagnata almeno da una dama di compagnia e da un cavaliere. Così fu. La maga preparava la vendetta mentre la principessa imparava l’arte del cucito e della magia. Intanto ripetevano insieme filastrocche, formule… La principessa ormai si fidava della signora. Passavano le settimane, i mesi.

Si avvicinava il diciassettesimo compleanno. E già la principessa aveva tanti pretendenti, era in ritardo con la scelta. “Se ti sposi non imparerai mai la magia”. “Ma io non voglio imparare la magia, mi basta creare la mia Eva, la mia bambola viva”. La maga si sorprese: “Non credevo tu avessi di queste pretese. Dare vita a una cosa inanimata! Ti rendi conto? I tuoi genitori ne avranno vergogna se riusciranno a tenere tutto nascosto. Altrimenti saranno costretti a rinchiuderti nella torre più alta”. “Non lo scopriranno mai, mi aiuterai tu. Sei la mia maestra”.

Ecco l’errore madornale. Fidarsi di lei. La maga pregustava già la sua vendetta. Insegnò all’ignara nipote i segreti della vita e della morte, la faceva avvicinare piano alla magia nera, alla stregoneria, alla negromanzia. Così nacque Eva. Una bambola di pezza vestita di un ritaglio di tenda di broccato bordeaux, i tratti del viso ricamati, gote rosa, occhi grandi. Il segreto di Eva stava nei capelli.

Non erano di lana. Erano veri. Capelli di donna trafugati in un cimitero in una notte senza luna dalla maga. E quando l’ultima ciocca venne cucita alla testa della bambola, in una notte di luna piena, a cielo aperto, nel cimitero, la principessa posò sulla lapide della donna la sua creazione. Impose le mani su di lei e le comandò: “Respira”.

Il petto di Eva si gonfiò di un alito di luna, la bambola si levò nel cielo e venne riadagiata sul suolo. Così i suoi occhi cominciarono a vedere, le sue orecchie disegnate sotto i capelli percepirono come primo suono lo zampettare di una volpe che si fermò accanto a lei. Il primo odore nelle sue narici appena accennate fu quello della notte. E la prima parola che disse fu il suo stesso nome: “Eva”.

La principessa, emozionata, prese in braccio la sua creatura e ringraziò la sua maestra: “Mi hai dato potere di vita sugli esseri inanimati. Mi hai regalato ciò che io desideravo quando ci siamo parlate per la prima volta e molto, molto di più. Dimmi cosa posso fare ancora per te”. “Principessa, chiedi alla tua bambola cosa desidera come dono di nascita e io la accontenterò. In cambio sarò la sua madrina, non voglio altro. La vostra felicità è tutto per me”. “Eva, miracolo che sei, cosa vuoi per te?” La bambola alzò il braccino, si girò verso la volpe e disse: “Voglio lui!” “Ma che te ne fai di una volpe, piccola mia?” “Non è una volpe qualunque. È magico anche lui. È intelligente. L’ho sentito. È mio. Voglio che venga con noi e che mi faccia compagnia. Dagli la parola e portiamolo con noi”.

La principessa alla maga: “Fai come dice”. E la maga alla volpe: “Parla!”

“Ci voleva una bambola di pezza per capire le mie potenzialità! Mpf! Ciao, sono la Volpe. E anche se mi chiamo Volpe sono maschio, ha ragione la pupa. Ciao pupa. Ah, e per informazione. A me l’uva fa cacare”. [Nota di Chiaralice, la battuta sull’uva è stata proposta dalla Volpe in persona]

Così si riunì questo strano terzetto e del come e del perché la principessa verrà rinchiusa nella torre più alta, del perché Eva avesse uno squarcio sulla schiena e come mai la Volpe di prendesse con lei tutta questa confidenza possiamo anche parlarne un’altra volta o non parlarne più. Fine antefatto.

La contadina che raccoglieva ciliegie

C’era una volta una contadina che raccoglieva ciliegie.

La contadina abitava in una casetta vicino al frutteto. Le finestre davano proprio sulla strada. Un giorno passò di lì il principe con il re suo padre. Il principe si innamorò subito della bella contadina. Lei aveva capelli lunghi, quasi neri, un vestito bordeaux e un grembiule color panna, macchiato un po’ di terra.

La contadina si chiamava Cecilia. Cecilia aveva due ottimi amici, due folletti del bosco. Forse erano due satiri. Loro la aiutavano sempre nel suo lavoro e la consigliavano in tutti gli aspetti della sua vita. Il primo, il satiro biondo, le disse: “Cecilia, Cecilia, vai dal principe. Non importa se non lo ami, almeno smetteremo di far la fame e vivremo tra mille comodità”.

“No, Filottete, non mi interessa la ricchezza, voglio solo stare bene con i miei animali e i miei alberi. Ci manca qualcosa qui?” Il secondo satiro, Erostrato, le diede ragione. “Cecilia sta benissimo con noi, non ha bisogno d’altro!” Ovviamente Erostrato era segretamente innamorato di Cecilia e mai e poi mai avrebbe voluto vederla tra le braccia di un altro, pur sapendo che non sarebbe mai potuto diventare il suo compagno.

Il principe continuò a fare le sue cavalcate intorno al terreno di Cecilia. Ogni giorno le faceva trovare un fiore incastrato in una finestra. Lei gli sorrideva da lontano, ringraziava e tornava a sbrigare le sue faccende.

Accanto al terreno di Cecilia c’era un altro contadino. Il contadino che coltivava il grano. Si chiamava Polinice. Un giorno funesto si verificò un grave incidente. Proprio mentre il principe passava accanto al campo di Polinice, questi era impegnato nella mietitura quasi sul ciglio della strada e un colpo di falce sferzato con troppa potenza arrivò quasi a colpire il cavallo del biondastro slavat… ehm… del principe. Il cavallo s’imbizzarrì e disarcionò il cavaliere.

Cecilia vide tutta la scena e preoccupata si precipitò fuori casa. Filottete approfittò della sua assenza per dire a Erostrato: “Sei stato tu, altro che incidente. Ho visto che spingevi la mano di Polinice. Ora gli farai passare dei grossi, grossissimi guai. Eppure sai che Cecilia gli vuole molto bene”. Erostrato negò tutto ma effettivamente era stato davvero lui a spingere la falce, nella speranza di far fuori due avversari in un colpo solo. Morto il principe al contadino sarebbe toccata sicuramente la pena di morte.

Come ogni bel fustacchione di campagna ben educato avrebbe fatto (Polinice è alto 1 e 80 abbondanti, muscoloso ma non troppo, capelli color volpe, occhi di miele, un fustacchione, ecco!) il contadino si prodigò nell’aiutare il principe che in quanto principe delle fiabe, come tutti i principi cattivi delle fiabe era molto snob. “Vai via, vile villano” (al principe piacciono le allitterazioni, l’han cresciuto così). Mai mi farò soccorrere da un bestione di campagna come te. Piuttosto resto qui disteso”.

Polinice si allontanò costernato e un po’ spaventato. Rischiava veramente la libertà e il terreno per aver fatto un gesto per lui insolito. Non si miete così. La falce non può correre liberamente per l’aere, lui lo sa bene. Cecilia si rese conto della gravità della situazione e decise di intervenire. Così parlò al principe: “Mio Signore, come state? Venite, venite in casa mia. Permettete a due poveri villani (fece cenno a Polinice, mica voleva restar sola con quellollì) di soccorrervi. Perdonate l’incauto gesto di un giovane stanco che lavora tanto di più per pagare a Voi i tributi che giustamente Vi spettano”. (Sì, parlava con le maiuscole, embè?) “Gentile creatura, ho indagato su di te, mia bella Cecilia. Andiamo, andiamo a casa tua. Fossi stata un’altra avrei detto di no ma con te non mi abbasso al livello di una contadina, mi alzo a quello di una divinità”.

Polinice, Filottete e Erostrato guardavano la scena attoniti da punti diversi della strada. Filottete ed Erostrato ovviamente ripresero a litigare. Polinice ne aveva fin sopra i capelli. Non poteva tollerare di venir trattato così. Eppure il principe è tale per diritto divino, dicevano, e bisognava far ciò che lui desiderava. Tra tutti la più saggia era ovviamente la nostra Cecilia, capelli di corvo, labbra di ciliegia, bella, intelligente (e segretamente innamorata di Polinice, neanche a dirlo).

Il principe cominciò a sperare di avere delle possibilità, ovvero sperava di non dover costringere Cecilia a diventare sua. Non moglie. Una villana non poteva diventare moglie. Insomma, preferiva che la contadina si offrisse a lui invece di deflorarla con la forza. Ma c’era Polinice. Come toglierlo di mezzo?

“Cecilia, ti prego, vai a chiamare il guardiacaccia di mio padre, abita nella capanna dietro la grande quercia. Lasciami pure solo con questo villico villano e villoso (azz se gli piacevano le v al principe, il quale ancora non ha un nome)”. “Come desiderate, mio principe”. E con uno sguardo fulminante Cecilia disse a Polinice: “Attento, vuole incastrarti, fai il bravo e trattalo bene o questo ti fa ammazzare”. Polinice recepì e promise abbassando gli occhi.

Cecilia, nonostante la sua spiccata intelligenza, questa volta si era fatta prendere un po’ troppo dai sentimenti e non riuscì a capire da sé che era lei che stava per condannare il suo amato. Il principe, infatti, non chiese a Polinice altro che un bicchier d’acqua e poi aggiunse: “Vai a controllare il mio destriero. Solo la sella vale più di te e del tuo terreno messi insieme”. Polinice chinò il capo, andò a recuperare Filippo (il cavallo ha il nome, il principe no, chissà per chi tifa l’autrice…) e lo portò davanti casa. Intanto Cecilia era andata a chiamare il guardiacaccia, gli spiegò la situazione, questi imbracciò il moschetto, mise il mantello che da solo valeva più di Cecilia e tutte le sue ciliegie, e si incamminò verso il suo pupillo. Il principe da piccolo passava le sue ore libere a casa del guardiacaccia, comandandolo ovviamente a bacchetta. E lui subiva, tanto era l’amore per quel bambino, ora uomo. Cosa pensate che farà il guardiacaccia?

Rivediamo insieme i personaggi. Il principe senza nome dentro casa, Polinice e Filippo appena arrivati sulla soglia. Filottete e Erostrato a litigare sul retro. Cecilia e il guardiacaccia sulla strada. Arrivati a casa di Cecilia la nostra contadina si prende di paura proprio perché niente di quello che si aspettava lei era successo. Il principe e Polinice non avevano combattuto, non era successo niente di grave in sua assenza, anzi, Polinice aveva fatto quello che lei aveva chiesto. Era stato umile e si era fidato dei suoi consigli. Allora le balenò in mente un dettaglio non da poco. Il moschetto. Per chi era? Il cavallo non stava male, non andava soppresso…

Il guardiacaccia entrò in casa, guardò il principe, il principe gli disse: “Fallo! Spara!”. Il guardiacaccia corse fuori, andò verso Polinice, intanto caricava il moschetto con la polvere da sparo, Polinice iniziò a tastare le bisacce di Filippo nella speranza di trovare qualche arma. Trovò solo un coltellaccio. Quando un uomo con il moschetto incontra un uomo col coltellaccio, l’uomo col coltellaccio è un uomo morto!!!

E invece no! FIlottete mandò al paese delle fiabe Erostrato con un pugno ben assestato in mezzo alle corna (si sa che è il punto debole dei satiri), corse in aiuto di Polinice. Si rivelò a lui (fino ad allora era rimasto nascosto) e gli disse solo: “Prometti che la renderai felice, anche se poveri ma sarete felici?”. “Te lo giuro sul mio onore, sulla mia vita e sulla mia falce” (non aggiunse martello perché i tempi non erano ancora maturi…).

“Fai come ti dico: prendi la bisaccia di cuoio, metti dentro il coltellaccio, invoca il dio Pan insieme a me e grida: Non ho nessuna buona intenzione, ho rubato, ho picchiato, ti ho onorato e ora nel tuo nome sarò salvato”. Ma il dio Pan mica è scemo, lo sa che Polinice è un bravo ragazzo. Decide comunque di esaudire il suo desiderio perché sta compiendo in ogni caso un atto di ribellione nei confronti del potere (anarchia portami via).

Il guardiacaccia spavaldo: “Pensi di poterti difendere dal mio moschetto con una bisaccia di pelle? Sei un illuso!” Prese la mira e sparò. Il dio Pan entrò nella bisaccia e si specchiò nel coltellaccio il quale immediatamente acquisì poteri magici. Polinice gridò: “Pan! Salvami!” La bisaccia si fece pesante, il ferro del coltelaccio si era fuso con il cuoio, ora aveva in mano un vero e proprio scudo.

In tutto questo il principe aveva cercato di circuire Cecilia (a me piacciono le allitterazioni con la C). Ma Cecilia era riuscita a divincolarsi grazie all’aiuto di Erostrato appena rinvenuto. Giustamente per lui era meglio che Cecilia restasse vicino al bosco invece di andare a vivere al castello e quindi decise di aiutare Polinice anche lui. Cecilia si divincolò, riuscì a raggiungere il guardiacaccia e lo afferrò per i piedi. Questo perse l’equilibrio e l’unico colpo del moschettone partì. Anche se il guardiacaccia aveva mirato in un punto in cui lo scudo non arrivava, l’intervento di Cecilia fece deviare la canna del moschetto e la rosa del colpo sfiorò soltanto il nostro Polinice.

Cosa incredibile a dir poco, l’impatto del colpo contro lo scudo fece uscire l’immagine del dio Pan dalla bisaccia. L’immagine prese in bocca tutta la rosa del moschettone e la scagliò direttamente sul guardiacaccia il quale morì (così domi è contento) subito dopo, colpevole solo di aver amato un tiranno.

Il principe fuggì a piedi verso il castello gridando: “Siate maledetti! Il mio dio è più potente del vostro! Vi punirà!”. Ma come sempre, quando si parla di divinità si parla di aria fritta e i fatti ci cosano, Pan è più figo, qualunque dio avesse il principe. Filippo si rivelò un po’ un problema perché si innamorò di Erostrato e non è che lui ne fosse molto contento. Però gli spiegò che non c’era modo per un cavallo di montare una capra, per di più maschio, e quello si accontentò di vivere a casa con lui e Filottete.

Ma può finir così? Senza un intervento del re? Sì perché quando il principe raccontò tutta la storia a suo padre questi non gli credette. Suo figlio era sempre stato un gran cialtrone e di certo aveva colpito per sbaglio il guardiacaccia durante una battuta e aveva regalato il cavallo alla contadina per far colpo su di lei. Polinice il re lo conosceva bene, sapeva che il ragazzo era un suddito fedele, forse il più fedele tra tutti, discendente di una famiglia di alto rango decaduta per sfortune di guerra (un po’ alla Robin Hood).

Fece rinchiudere suo figlio nella torre più alta come fosse un malato mentale e a quei tempi si sa, non erano visti molto bene. Almeno essendo un principe ebbe il privilegio di essere accudito, servito e riverito in casa sua. E i nostri due contadini?

Andarono a vivere a casa di Polinice, finalmente insieme, continuarono a lavorare ognuno il suo terreno ma Cecilia, che amava raccontare storie, invece di cantare delle sventure di una povera contadina che sognava di trovare il principe azzurro iniziò a lodare la bellezza e la poesia di addormentarsi accanto a un contadino dai capelli color volpe e gli occhi di miele che ogni giorno al risveglio la guardava negli occhi e con uno sguardo le diceva: “Sei mia, sono tuo”.

Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra, io ho detto la mia.

Perdonate gli strafalcioni, ho fatto copia e incolla dei vari spezzoni scritti da me stanotte su Friendfeed. Grazie a Mitìa (Fatacarabina) per avermi permesso di cimentarmi in questa piccola esperienza sul suo feed. Spero la fiaba sia stata di suo gradimento seppure uscita dal cappello di un prestigiatore poco allenato. 🙂

Buonanotte a tutti.