Senza parole

Ho finito le parole. Le uniche rimaste sono quelle che non posso usare.
A volte vorrei utilizzarle, metterle nel mucchio con altre già sfruttate, così, per fare confusione e non far notare troppo la loro presenza.
Poi penso che no, non è il caso.
E cosa resta?

Un’immagine.
Una riflessione fatta col volume del pensiero tanto alto da poterne sentire l’eco.
Il sapore di un sabato mattina solitario.

[Foto scattata a Urbino il 19 febbraio di quest’anno]

La mia prima neve

Anche quella notte la neve arrivò. Come in questi giorni.
La sua sola vista congelò le lacrime che avevo deciso di non piangere.

Poi per strada.
Mi sono bagnata di neve.
Pure due palle di neve in faccia ho preso, senza possibilità di rispondere.
Era la prima volta che vedevo nevicare.
Uno non pensa che si può fare a palle di neve mentre nevica. Chi non è abituato pensa che prima debba smettere di nevicare.
Piccole inettitudini, insomma, momenti in cui ridiamo di noi stessi. E ridiamo con chi è lì con noi.

La neve ha lavato tutto, tutte le parole che erano state dette.
È rimasto un discorso puro, lindo, chiaro. L’essenza delle cose.
Sciolta la neve, con lei sono andate via anche le lacrime che prima trattenevo a stento, lasciando spazio al mio solito sorriso.
Qualcuna, soltanto, a dire arrivederci.

Una cosa preziosa

Il viaggiatore sa cosa significa l’aggettivo “prezioso”, perché il viaggiatore ha una grande propensione all’abbandono.
Prezioso è ciò che sai che troverai solo in quel posto e che lasci con dolore. Prezioso è ciò che è unico, ed inizia ad esserti necessario.
Prezioso è ciò che dona tranquillità.

Davide Enia, Rembò

Una cosa preziosa.

Ho letto questa frase e ho trovato la risposta a una domanda che mi sono posta.
Perché mi viene così spontaneo chiamare una persona “tesoro”?
Una e una sola in tutta la mia vita.
È un nomignolo che odio. Anzi, odio proprio i nomignoli, odio sostituire il nome di una persona con un soprannome se non di tanto in tanto, per presa in giro.
Questa persona no. Non riesco quasi a chiamarla con il suo nome reale, credo sia pudore, un voler mettere una distanza, un non voler ammettere la confidenza.
Così sostituisco il suo nome con mille altri e quello che più di tutti torna è proprio “tesoro”.

Una cosa preziosa che mi dona tranquillità e di cui sento la mancanza.

Il tavolo ancheggia

Non c’è modo di dare un verso a questa giornata.
Provo a rimboccarla ma non va. A rivoltarla ma nemmeno.
Neanche col segnale di direzione obbligata.
L’asfalto è rotto, il lenzuolo bucato, manca un tassello per completare il puzzle.
Il tavolo ancheggia, ha un piede più corto.
Il cuore è aritmico, salta un battito ogni tre.
Va niente bene oggi.
Manca qualcosa di importante, so cos’è ma non lo dirò mai, per orgoglio.
Intanto faccio uno spessore per il piede del tavolo: almeno non mi sento del tutto inutile, anche se non sono sicura di riuscire a fare un buon lavoro.

Accussì

Io vogghiu stari accussì. Accussì, abbrazzata cu tia.
A mia me veni i chianciri, u sai? Sì cc’u sai. Nun ci criru ca ‘n’u sai.
A mia me veni i chianciri picchì te vogghiu bbeni e ‘un tu pozzu riri.
‘Un tu pozzu riri sancuzzu, vita, cori. A nuddu ci pozzu riri. Muta.
Sssssssssssh. ‘Un si ni parra. Chi è, curò? Scantu? U me è scantu.
Ma ranni.
Ora passa. U fazzu passari. Riremu, voi? Avanti, forza, facemu finta ‘i nenti.
E riremu. Facemu finta ‘i nenti, curò, ca nenti succirìu.

Voglia di vino

Ehi. Vieni qui.

Ho voglia di un bicchiere di vino. Ti va?

Ricordi? Una volta mi dicesti di averne voglia, per poi baciarmi e riconoscere i tannini ed il sentore di frutta. Erano proprio queste le parole.

Prendi due bicchieri. E dai, siediti accanto a me, qui sul letto. Che bello qui. Fuori fa freddo, c’è la neve. Vedi che ho gli occhi caldi però? Ho sempre gli occhi caldi con te, soprattutto la notte, se non mi vedi. Si riempiono, poi la tensione superficiale non regge e scivolano via due lacrime silenziose. Quando te ne accorgi mi abbracci.

E allora, questo vino? Qua, dai. Ti faccio spazio. Siediti di fronte a me.
“Che ti ridi?”
“Eh, rido. Non posso ridere, che faccio, piango?”
“No, no. Ma perché ridi?”
“Ogni volta sta storia? Non te lo dico, non lo so neanche io forse. Mi viene così quando ti guardo”.
È vero. Mi viene così.
Ma non avvicinarti. Resta là e guardiamoci e basta. No, niente baci. Vediamo chi abbassa lo sguardo prima. Giochiamo! Scherziamo sempre ma non giochiamo mai. Guardiamoci.

Ora io mi avvicino sempre di più. Senti l’odore del vino dalle mie labbra? Io dalle tue sì. Sembra più buono così che dal bicchiere. Buonobuonobuonobuono. Avanti, finiamo questo vino e sdraiamoci qui sulle lenzuola bianche, continuiamo a guardarci da lontano.

Noi, l’odore del vino e basta. Continuerò a sorridere ancora un po’. Ciao.

Carnevale è finito

Nei miei sogni vivo un altro spazio e un altro tempo.

Stanotte per esempio ho sognato che carnevale era appena passato. Ma la città in cui vivo era diversa da com’è ora. Era com’era più di dieci anni fa, col ponte della ferrovia e il camion del paninaro sulla sinistra, a destra le bancarelle dei fiori. Proprio lì, prima del liceo scientifico. Da là si va in Ortigia. Sì, una volta passava il treno in mezzo alla città. Ora il treno forse non passerà più…

C’erano coriandoli per terra, stampelle con su attaccati rimasugli di angeli improvvisati in plastica e ferro, altezza uomo. Poche poche macchine. Io ho l’età di adesso, ventitrè anni. Ho salutato da poco “the man I adore” ma non come farei ora, trattenendo la tristezza perché chissà quando ci rivedremo, no. Come se dovessimo vederci tra un paio di giorni.

Ma c’è un’angoscia di fondo. Sembra uno scenario post-apocalittico. Niente è come dovrebbe e attendo qualcosa. Delle carte, degli stracci buttati a terra colpiscono la mia attenzione. Penso. “Carnevale è finito”.

A me del carnevale non è mai fregato niente, dai sei anni in poi. Eppure ora lo dico con pesantezza. “Carnevale è finito”. Quasi mi dispiaccia. Volendo potremmo trovare mille significati. La gioventù che svanisce, l’età adulta che incalza. Volendo. Per qualcuno che non sono io però. Io l’età adulta me la porto addosso da un bel pezzo. Anche se non smetto mai di crescere, è ovvio. Allora sarà proprio la malinconia, la mancanza della spensieratezza in quei giorni. No, neanche. La mia indole è fortemente malinconica e solo un mago riesce a farmi sorridere costantemente ma solo perché io ho deciso di permetterglielo, di permettermelo. Ora sì.

Insomma non so dare una spiegazione a quelle ali di angelo e fata disseminate per strada, pezzi di gomma che si trattengono a stento sulle loro strutture, statue in rovina. Eppure qui non si fa altro che costruire.

Avrò mangiato pesante. Mezza pizza per cena. Forse ho esagerato.