Del perché odio le fotografie – un racconto

Ho capito perché non mi piacciono le fotografie.
Un giorno ero a casa di Marta, pochi giorni prima che io andassi a vivere da lei, ed ero in camera sua, stavo sistemando i due letti singoli per farne uno matrimoniale, avevo comprato le lenzuola rosse, come le voleva lei, quando a un certo punto il mio sguardo si posò sulla parete di fronte a me, quella piena di fotografie che io non avevo mai veramente visto. Ed eccole lì, Marta e Livia, che mi guardavano da un assolato ranch con tanto di deretano di cavallo di sfondo. Marta ha i capelli corti, un po’ più lunghi davanti, in modo da creare un ciuffo alto. Una via di mezzo tra un cowboy e John Travolta in Grease. Vestite in pieno stile country, con quelle enormi bandane monocrome, le camicie e i gilet, Marta da uomo e Livia da donna. Livia ha lo sguardo della sedotta e abbandonata mentre Marta le circonda le spalle con il braccio destro, espressione maschia. Sì, direi alla Clint Eastwood, con le sopracciglia aggrottate, la fronte corrucciata e quella bocca che dice che ne ha passate tante e niente più lo spaventa. Eppure io ci avrei scommesso, Marta ha la bocca di rosa, più da Carmen di Bizet che da texano dagli occhi di ghiaccio (secondo western diretto da Eastwood, tanto per fare una citazione). E poi, diciamolo, Clint Eastwood ha gli occhi azzurri, Marta li ha verdi. No, questa non è Marta, non si vedono i suoi occhi verdi. Lo so che la foto è in bianco e nero ma se non ci sono gli occhi verdi allora non è Marta! Così pensavo tra me e me e solo quando mi resi conto di quanto fosse stupido da parte mia non accettare una fotografia, chiaro ritratto di quella che allora era la realtà, capii anche cosa mi disturbava tanto. Non era solo il fatto che Marta e Livia uscissero ancora insieme da amiche, né che Marta avesse lasciato lo spazzolino di Livia nel bicchiere nel bagno, che dopo un paio di settimane sarebbe diventato “il nostro bagno”, e neanche che un paio di volte Marta abbia preso il cellulare davanti a me e io abbia visto per caso che a farlo suonare era stato un sms di Livia di cui lei poi non avrebbe fatto parola. Quello che non riuscivo a sopportare non era la presenza di Livia nella sua vita ma quello che Livia aveva significato per lei. La loro storia era una storia semplice, dal mio punto di vista, limpida. Ognuna con i propri difetti, grandi o piccoli, i propri capricci, i propri egoismi, certo, ma comunque una storia tra due persone che costruiscono qualcosa insieme, che creano un rapporto basato sulla loro quotidianità “normale”, che non hanno bisogno di niente di eccezionale per continuare ad avere voglia di vivere insieme. Io, col mio modo di fare, con la mia ambiguità, con la mia indole nomade, non avrei mai potuto dare niente di questo a Marta ma solo una sorte di quiete momentanea tra una fuga e l’altra, perché io sono così, non riesco a stare a lungo nello stesso posto, mi piace viaggiare, mi piace scappare, e a volte scappo via anche da seduta. Non sarei mai stata in grado di farmi amare da Marta come si amavano lei e Livia. Pensavo così perché non credevo minimamente che Marta avrebbe potuto amarmi proprio per la mia libertà, la mia voglia di avventure, la mia curiosità e la mia fantasia.
Fatto sta che è per questo che odiavo le foto e anche adesso non è che le abbia molto in simpatia.

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