La bambola e la Volpe – Antefatto

ANTEFATTO

“Fatto!” “Grazie. – disse la bambola di pezza – Non mi andava di stare ancora con quel brutto strappo sulla schiena. Non è comodo andare in giro così”. Scese dalle gambe della principessa e si sedette accanto alla volpe. “Ora non potrò più giocare con la tua imbottitura. Era così bello infilarti il muso nella schiena”. “Certo! – rispose la bambola alla volpe – Per questo ero tutta smagrita. A furia di giocare con la mia schiena mi stavo svuotando. Sei volpe ma sei poco furbo, come tutti i maschi. Per fortuna la principessa aveva ancora del cotone per riempirmi”.

Forse però dovremmo dare ai nostri lettori delle spiegazioni. O potremmo, più semplicemente, partire dall’inizio. C’era una volta, come si dice in ogni inizio che si rispetti, in un paese lontano, un re, una regina e una bella principessa. La bimba cresceva e così anche i suoi bei capelli del colore del grano maturo. Gli occhi azzurrissimi e curiosi di conoscere il mondo. Compiuti sedici anni la principessa chiese al re suo padre di fare un viaggio nel regno. Il re acconsentì per una passeggiata nei dintorni del castello. Non stava bene che una principessa andasse in giro per i villaggi. Ovviamente sarebbe stata accompagnata dal suo seguito di damigelle e da alcuni dei cavalieri della guardia reale. La principessa, tutta felice, si preparò in fretta per evitare che il padre ci ripensasse. Radunò le damigelle, la guardia era giù pronta. Via per i campi!

Appena la regina venne a saperlo ebbe un brivido di paura. La regina infatti era tale solo grazie a un incantesimo. Faceva parte del popolo, era una serva della casa reale. Sua sorella era invece una maga. Aveva vissuto per anni nei boschi, in una caverna, con un drago per amico. Tornò a casa e più nessuno voleva avere a che fare con lei tranne la futura regina. Per premiarla le disse: “Sorella mia, tu che sei l’unica ad amarmi ancora, esprimi un desiderio e io lo esaudirò. In cambio ti chiederò solo un piccolo favore, a seconda del desiderio da te espresso”.

Io non vorrei abusare della tua magia, sorella. Ma in realtà c’è un sogno che mi stringe il cuore. Sono innamorata del nostro re e lui mi ricambia ma io sono una popolana, non acconsentiranno mai alle nostre nozze. Puoi farmi diventare una principessa?” La maga a lei: “Certo, sorella mia. Sono una maga molto potente. In cambio dovrai affidarmi il tuo primogenito perché io lo educhi alla magia. Quando il suo apprendistato sarà terminato potrà tornare da te. La magia è un’arte potente e rischia di scomparire. Voglio lasciare la mia conoscenza a un degno erede”.

Così le sorelle strinsero il patto. La maga fornì tanto di valletti e attestati di discendenza nobile e dato che, come dicevo prima, il paese è molto lontano nessuno si curò di andare a verificare. Alla cerimonia di fidanzamento arrivarono dei presunti regnanti di un presunto reame con seguito e doni. Lo stesso per il matrimonio. Tanto bastava per i genitori del principe. Così i due si sposarono, il principe divenne re. Dopo poco tempo nacque loro la bellissima bambina di cui sopra. Neanche a dirlo, la regina non se la sentì di affidare quella creatura così fragile alla sorella maga. Non voleva che sua figlia crescesse in mezzo alla foresta, in una vita di stenti. E per di più non sapeva come dire al re suo consorte che aveva promesso il loro primogenito a colei che era stata bandita a vita dal paese, proprio a causa della sua magia.

In realtà la maga era ancora lì, nei campi nei pressi del castello, sotto le mentite spoglie di una dolce signora, d’accordo con la sorella. Codesta signora fabbricava bambole di pezza e furono proprio queste semplici bambole ad attirare la principessa, passata davanti alla casa della donna. “Signora, chiedete ciò che volete e vi sarà dato. In cambio vi chiedo solo di insegnarmi a costruire una bambola come quelle”. “Maestà, ogni vostro desiderio…” “No, insisto, non voglio regali. Siete gente umile. Lavorate e io voglio pagarvi”. “Allora facciamo così: Voi offritemi la Vostra compagnia e io Vi insegnerò a costruire bambole di pezza. – si avvicina alla principessa e le sussurra – Bambole magiche ma shhh! Non dovete dirlo a nessuno”.

La principessa chiese il permesso di andare a lezioni di cucito dalla cara signora, mantenendo il loro segreto. La regina volle accompagnarla la prima volta. Non riconobbe la sorella ma per sicurezza chiese che la principessa fosse sempre accompagnata almeno da una dama di compagnia e da un cavaliere. Così fu. La maga preparava la vendetta mentre la principessa imparava l’arte del cucito e della magia. Intanto ripetevano insieme filastrocche, formule… La principessa ormai si fidava della signora. Passavano le settimane, i mesi.

Si avvicinava il diciassettesimo compleanno. E già la principessa aveva tanti pretendenti, era in ritardo con la scelta. “Se ti sposi non imparerai mai la magia”. “Ma io non voglio imparare la magia, mi basta creare la mia Eva, la mia bambola viva”. La maga si sorprese: “Non credevo tu avessi di queste pretese. Dare vita a una cosa inanimata! Ti rendi conto? I tuoi genitori ne avranno vergogna se riusciranno a tenere tutto nascosto. Altrimenti saranno costretti a rinchiuderti nella torre più alta”. “Non lo scopriranno mai, mi aiuterai tu. Sei la mia maestra”.

Ecco l’errore madornale. Fidarsi di lei. La maga pregustava già la sua vendetta. Insegnò all’ignara nipote i segreti della vita e della morte, la faceva avvicinare piano alla magia nera, alla stregoneria, alla negromanzia. Così nacque Eva. Una bambola di pezza vestita di un ritaglio di tenda di broccato bordeaux, i tratti del viso ricamati, gote rosa, occhi grandi. Il segreto di Eva stava nei capelli.

Non erano di lana. Erano veri. Capelli di donna trafugati in un cimitero in una notte senza luna dalla maga. E quando l’ultima ciocca venne cucita alla testa della bambola, in una notte di luna piena, a cielo aperto, nel cimitero, la principessa posò sulla lapide della donna la sua creazione. Impose le mani su di lei e le comandò: “Respira”.

Il petto di Eva si gonfiò di un alito di luna, la bambola si levò nel cielo e venne riadagiata sul suolo. Così i suoi occhi cominciarono a vedere, le sue orecchie disegnate sotto i capelli percepirono come primo suono lo zampettare di una volpe che si fermò accanto a lei. Il primo odore nelle sue narici appena accennate fu quello della notte. E la prima parola che disse fu il suo stesso nome: “Eva”.

La principessa, emozionata, prese in braccio la sua creatura e ringraziò la sua maestra: “Mi hai dato potere di vita sugli esseri inanimati. Mi hai regalato ciò che io desideravo quando ci siamo parlate per la prima volta e molto, molto di più. Dimmi cosa posso fare ancora per te”. “Principessa, chiedi alla tua bambola cosa desidera come dono di nascita e io la accontenterò. In cambio sarò la sua madrina, non voglio altro. La vostra felicità è tutto per me”. “Eva, miracolo che sei, cosa vuoi per te?” La bambola alzò il braccino, si girò verso la volpe e disse: “Voglio lui!” “Ma che te ne fai di una volpe, piccola mia?” “Non è una volpe qualunque. È magico anche lui. È intelligente. L’ho sentito. È mio. Voglio che venga con noi e che mi faccia compagnia. Dagli la parola e portiamolo con noi”.

La principessa alla maga: “Fai come dice”. E la maga alla volpe: “Parla!”

“Ci voleva una bambola di pezza per capire le mie potenzialità! Mpf! Ciao, sono la Volpe. E anche se mi chiamo Volpe sono maschio, ha ragione la pupa. Ciao pupa. Ah, e per informazione. A me l’uva fa cacare”. [Nota di Chiaralice, la battuta sull’uva è stata proposta dalla Volpe in persona]

Così si riunì questo strano terzetto e del come e del perché la principessa verrà rinchiusa nella torre più alta, del perché Eva avesse uno squarcio sulla schiena e come mai la Volpe di prendesse con lei tutta questa confidenza possiamo anche parlarne un’altra volta o non parlarne più. Fine antefatto.

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